La magia del sabato dei Fuochi a Somma Vesuviana

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È un incanto che si rinnova ogni anno; è fede e tradizione, amore per la propria terra e rispetto per il prossimo. È un cerchio di forza e vitalità, come il ciclo della vita: straordinario.

 

“E nuie stamm camminan ‘à stammatina e notte/ E pe ghi à truvà a chella bella mamma / C’a’ n’cia spetta a tutte quante / E augurammece ca nce veressem pe nati/ Cientat’ ann ma sempe c’a man e c’a fede E mamma Schiavona”.

Per Lei si alzano prima dell’alba, per Lei si caricano sulla schiena enormi pezzi di alberi per i falò e li trasportano fino alla cima più alta del monte, sul ciglio, Per Lei, per la Madonna di Castello, per mamma Schiavona si commuovono, si inginocchiano, pregano, cantano, danzano fino allo sfinimento. Per Lei fanno sacrifici, si autotassano, non badano a spese e fanno festa. Le antiche e le nuove paranze, anche se solo per un giorno, di fronte a quella Madonna dai tratti scuri, dal volto bruciato dal sole dei campi, dalla struttura contadina e materna, il sabato dei fuochi, primo sabato dopo Pasqua, sanno mettere da parte gelosie e vecchie rivalità e diventare una sola grande comunità di amici e di fedeli.

A pochi passi dalle nuvole e dal Vesuvio, di fronte all’ incantevole costa vesuviana, sotto i raggi di un sole caldo e brillante, sul ciglio, sulla vetta del monte Somma, si è ripetuto il miracolo e la magia della festa del sabato dei fuochi o sabato in albis, con cui inizia la festa della Montagna o di devozione, festa che si protrarrà fino al 3 maggio o tre della croce. Una giornata che le paranze organizzano nei minimi dettagli e che è caratterizzata da una serie di riti e regole che vanno rigorosamente rispettate. Anche quest’anno ilmediano.it ha avuto il piacere di unirsi ai paranzari e di vivere tutte le tappe più importanti di questa straordinaria festa, dove sacro e profano si rincorrono, si incontrano e si fondono in modo mirabile fino all’inverosimile.

Tutto ha un senso e un significato, a partire dal punto di raccolta sulla piazzetta della chiesa Collegiata, che all’alba risuona di voci allegre e impazienti di iniziare il pellegrinaggio verso il monte. I ramoscelli d’ulivo, la bandiere italiane e le immagini della Madonna, le tammorre, i sacchetti per i rifiuti, gli utensili per qualsiasi evenienza, l’intero menù, rigorosamente senza carne, del sabato in albis e il buon vino vesuviano: su quelle jeep c’è un’esplosione di gioia e di entusiasmo, di speranza e di liberazione, di piacere e di sacrificio, di tradizione e di fede. Al grido di “pe cient’ann!” l’allegra compagnia, tra cui tantissimi giovani, giunge alla Traversa, e da quel punto, una volta che il capo paranza si è accertato che ognuno si è caricato sulla schiena ”o viaggio” ci si incammina, uno dietro l’altro, verso piccoli e impervi sentieri che portano al ciglio.

E sono proprio quei sentieri che svelano l’identità e il valore dei membri delle paranze che, con pazienza e perseveranza, con la sola forza delle braccia hanno reso agevole il percorso, ripulendolo dagli arbusti e delimitandoli con rami secchi fino a formare una sorta di gradinata naturale e facilmente accessibile anche ai meno esperti. Dopo meno di un’ora di cammino, giovani e meno giovani, anziani, donne e bambini hanno potuto intravedere l’imponente e suggestiva croce di ferro battuto e illuminata da una piccola fiaccola alimentata da un pannello solare. In concomitanza con il sopraggiungere dell’alba, l’allegra e numerosa compagnia, dimenticando immediatamente le fatiche del peso portato in spalla, si è prostata ai piedi della piccola cappella che custodisce l’immagine di Mamma Schiavona.

A turno, in silenzio, su un grosso quaderno, sgualcito dalle piogge e dal vento, ogni visitatore ha lasciato un messaggio di ringraziamento o una preghiera per la protettrice della città. È stato poi un crescendo continuo di emozioni, scandite dalla suggestione dei riti di benedizione di preghiera. È toccato al più anziano di tutte le paranze, all’ultra ottantenne Baldassare De Simone detto ‘o ciucculin” riunire i presenti sotto la grande croce e intingere, come da tradizione, un ramoscello di ulivo in una brocca di vino per benedire i presenti. “Siamo figli della stessa mamma, vogliamoci sempre bene- ha detto con voce rotta dall’emozione l’anziano- non litighiamo, cerchiamo di essere fratelli, di vivere in pace. Se c’è la collaborazione di tutti, se i giovani ci seguono, possiamo fare ancora di meglio. Quest’anno sono qui, ma l’anno prossimo non so se riuscirò ancora ad avere la forza di salire: perciò vi prego cerchiamo di essere uniti”.

Un appello, quest’ultimo, che diventa un vero e proprio monito all’umiltà e all’unione durante la celebrazione della messa nella piccola cappella qualche ora più tardi. “La Madonna è una sola e voi siete tante paranze. Vengo su questa montagna- ha detto Padre Costanzo- per condividere con voi la gioia della festa e la fede verso la Madonna, ma continuo a percepire divisioni e problemi tra di voi. Vi invito a metter da parte tutte le invidie, le gelosie e a predisporvi allo scambio, alla vera condivisione, all’unione, alla fratellanza. Dovete diventare comunità: solo così avrà senso tutto ciò che fate in nome di mamma Schiavona”. Un monito che scuote e che viene condiviso con un lungo applauso, a cui poi seguirà la commovente stretta di mano tra i diversi capi paranza.

Una tregua suggellata da uno scambio di brindisi e di auguri e non solo. Un passo e un segno di umiltà arriva anche dalle nuove paranze, una tra tutti la “paranza delle gavete” che ha donato alle antiche paranze una tammorra e un triccaballacche decorati con un simbolo di pace. L’atmosfera, favorita anche da un sole caldo, diventa così sempre più piacevole e l’allegria, estremamente contagiosa, colora di festa il sabato dei fuochi. Sulla tavola imbandita dal menù della tradizione, fatto di cibi semplici e genuini, le paranze mostrano disponibilità e generosità a chiunque onori la tavola. Si mangia, si beve, ci si lascia andare ad una danza sfrenata e coinvolgente. Il cerchio gradualmente si allarga e l’allegria man mano sembra trasformarsi, sembra lasciare il posto alla magia.

Sullo sfondo di ritmi forti e incalzanti, si levano canti ‘a figliola che riecheggiano in tutti gli angoli della montagna. Le coppie si cercano, si parlano a ritmo di danza: occhi che si incrociano fieri e orgogliosi, spalle che si sfiorano appena, gambe che si intrecciano per la vutata, braccia che si alzano verso il cielo con dignità, che si abbassano ma che non si arrendono: il gioco della seduzione prende vita e trascina tutti in un vortice di sano divertimento. La mente e il corpo dei danzatori si allontanano dagli affanni quotidiani, dimenticano la crisi, i sacrifici, la mediocrità, l’ipocrisia e il disarmante vuoto politico esistente. All’imbrunire, il cerchio diventa una lunga catena umana pronta a ripulire, a sistemare, a mettere a posto, a lasciare quel luogo, considerato sacro, pulito e dignitoso.

L’ultimo brindisi si fa dopo che il più anziano, che simbolicamente rappresenta il capofamiglia di tutti i convenuti, accende il falò elevando il saluto a Mamma Schiavona: “e com c’ammvistauann, pura auann che venn. Cu tutt a cummrtazion e insiem a mamma Schiavon” .E in un cielo limpido e sereno più che mai, un’esplosione di fuochi d’artificio illumina ‘a muntagn e stucor. Insieme, uniti, vicini, alla luce di piccole fiaccole, le paranze ridiscendono il monte per fare tappa nel piccolo santuario di Santa Maria a Castello, dove i capi paranza rivolgono l’ultima struggente preghiera alla Madonna. Il viaggio prosegue e i paranzari, prima di congedarsi, si stringono, ballando e cantando, intorno a chi ha scelto di consegnare alla sua compagna la pertica, un sottile ramoscello di castagno addobbato con bandierine, castagne, simboli di fede e di fertilità.

Mentre l’innamorato conferma l’amore per la sua compagna, il cerchio si ricompone e ritrova forza e vitalità. E la magia si ripete. Come il ciclo della vita. Straordinario, incredibile, inarrestabile…