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“ I tipi curiosi, comici e grotteschi” nella definizione di “macchietta” data da Ferdinando Russo, che scrisse numerose “macchiette” per Nicola Maldacea. La polizia accusò di “nostalgia borbonica” “’O pezzente ‘e San Gennaro”. Come nasce la prima “macchietta”, “’ A risa” di Bernardo Cantalamessa. “’ O guappo ‘nnammurato” di Raffaele Viviani.

 

La definizione più completa della “macchietta” la diede Ferdinando Russo in un articolo apparso sulla rivista “La Tribuna” del 18 agosto 1925: “ la “macchietta” è una canzonetta appena cantata e solo un po’ sussurrata che, serbando tutto il carattere napoletano, doveva delineare tipi, non sospirare d’amore; e questi tipi, curiosi, comici e grotteschi, dovevano essere scrupolosamente interpretati”. Insomma, la “macchietta” era una creazione che metteva insieme il canto, il teatro comico, l’arte della deformazione  del “ridicolo” applicata a personaggi caratteristici della vita quotidiana. Nicola Maldacea fu il primo grande interprete della “macchietta”, colui che fece diventare “napoletano” questo genere, nato, dice Vittorio Paliotti, in Francia: nel 1891 il Maldacea, sebbene non fosse ancora noto, era legato al “Salone Margherita” da un contratto, scritto in francese, con il quale gli impresari Marino e Caprioli lo ingaggiavano come “chanteur comique napolitan”. Ma lo stesso Maldacea racconta che nel settembre del 1895, durante la festa di Piedigrotta, mentre passeggiava per la “Galleria” con Bernardo Cantalamessa, anche lui cantante- attore del “Salone Margherita”, i fonografi Edison diffusero una canzone in cui “un artista moro americano “rideva a suon di musica. Cantalamessa prese spunto da questa canzone e compose “’A risa”, in cui ogni ritornello si concludeva con una lunga e irrefrenabile risata, “una risata che magicamente si trasmetteva al pubblico presente in sala. Spesso – scrive Paliotti- i frequentatori del “Salone Margherita” perdevano ogni controllo ridendo: si mantenevano la pancia, pestavano a terra i piedi, qualcuno doveva correre addirittura in gabinetto.”. Allo stesso Paliotti capitò di non riuscire a frenare le risate una sera in cui, a teatro, vide e ascoltò Nino Taranto che interpretava “Ciccio Formaggio”. Ed è facile immaginare cosa scatenasse Totò, quando a teatro interpretava le sue “macchiette”.

Ferdinando Russo scrisse per Maldacea un gran numero di “macchiette”, quasi tutte musicate da Vincenzo Valente. Ne ricordiamo qualcuna.  ‘ O malandrino, Il parrucchiere moderno, ‘A guardia nova, Pozzo fa’ ‘o prevete, ‘O cucchiere ‘e cuppé, ‘O cicerone.Il “cicerone”, una guida turistica grottesca, racconta ai visitatori dei musei napoletani un’incredibile sequenza di cavolate, e in un gruppo marmoreo fa vedere “ Nerone con la figlia Caracalla”, poi mostra la statua di “Alisandro imperator Romano”, e nella “Quadreria” richiama l’attenzione dei suoi clienti sul ritratto di Filippo il Bello, “fatto da Fidia con il suo pennello”. Qualche “macchietta” procurò guai giudiziari a Ferdinando Russo e ai giornali che avevano pubblicato il testo.  La polizia accusò di “nostalgia borbonica” “ ‘O pezzente ‘ e San Gennaro”: “’ O Cuverno ‘e Taliane! / Bella cosa.  E c’ha fatto? Ha fatto ll’uove/ e nce ha rummase cu li mmane mmane.”. E il protagonista non si ferma qui: aggiunge che in “questo mondo nuovo” ha visto “cierte cristiane” che si sono fatti ricchi “a botta ‘e mbruoglie”, mentre a lui il fisco “italiano” ha confiscato la casa “’o Fiatamone” e una bella masseria “ncoppa Carvizzano” solo perché un suo zio era stato “confessore ‘e Franceschiello”. Moduli e ritmi della “macchietta” influirono anche sulle canzoni “serie” e, in ogni caso, alimentarono una produzione che rimase solida fino ai primi anni del ‘900, grazie anche al fascino che il genere esercitò su Raffaele Viviani. Nel 1910 Viviani scrive “’O guappo’nnammurato”, un guappo, Tatore, “’o mastugiorgio ‘e vascio ‘a Sanità”, che non riesce a farsi rispettare dalla sua donna, “Me tratte comme fosse n’ommo ‘e paglia, / prumiette sempe e nun mantiene maie”, e quando alza la voce e minaccia, non ottiene altro risultato che diventare ridicolo: “…cu ‘o curtelluccio mio a maneco ‘e cato,/ te scoso ‘ a nanze, ‘a dinto, ‘a fore e ‘a reto/ Tu ‘o ssaje ca i’ feto.”. E’ la “macchietta” di un guappo che ricorda Carluccio, “l’uomo di ferro” “disegnato” da Scarpetta nel “Turco napoletano”.