Home Generali La lunga storia dei pasticcieri ottajanesi: i Pascale, i Menichini, i Ragosta

La lunga storia dei pasticcieri ottajanesi: i Pascale, i Menichini, i Ragosta

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Le due ultime principesse di Ottajano decisero di affidare la cucina di Palazzo Medici a due “monzù” napoletani e diedero inizio alla tradizione gloriosa dei pasticcieri ottajanesi. Sebbene proprio l’altro ieri mi abbiano ricordato che sono storico di Ottajano – e forse volevano intendere “solo di Ottajano” -, ho osato citare i Menichini di San Giuseppe, importanti produttori di cioccolato e di confetti, perché la loro attività iniziò quando San Giuseppe era ancora “quartiere” di Ottajano. I Pascale e i Ragosta. Un articolo a parte verrà dedicato ai pasticcieri di oggi.

 

I Medici di Ottajano non furono famosi, tra i nobili napoletani, per i cuochi e per la cucina: non si preoccuparono di rinnovare, a Napoli e nel Vesuviano, la gloria della loro antenata, Caterina, che da regina insegnò ai Francesi il galateo del banchetto e l’uso delle posate. Anche Luigi de’ Medici volle una tavola sobria e perciò si accontentò dell’arte modesta di Giuseppe, il suo “monzù”. Nella seconda metà del ‘700 i principi ottajanesi presero l’abitudine di preparare, nel parco del Palazzo, “ristori” e rinfreschi per il clero e per i notabili della città che partecipavano alle processioni di San Michele e della Madonna del Carmine: in una relazione del luglio 1768 il segretario del Decurionato di Ottajano scrisse  che Vincenza Caracciolo dei Principi di Avellino, moglie di Giuseppe III Medici, durante la processione della Madonna del Carmine aveva offerto alle Carmelitane venute da Napoli e alle signore ottajanesi biscotti “alle mandorle” e “pasticci con le cerase del Monte”, con quelle ciliegie del Somma di cui i Medici di Ottajano furono grandi produttori e che riservarono solo alla propria mensa e a quella degli amici. Le cose cambiarono con Michele, penultimo principe: la moglie, Giulia Marulli dei Duchi di San Cesario, e le sorelle lo convinsero a dare prestigio alla cucina di palazzo, e questo progetto venne condiviso e sviluppato dalla moglie dell’ultimo principe, Maria Felicita Gallone dei Principi di Tricase, che fu splendida protagonista, come abbiamo già raccontato in altri articoli, della “Belle ‘Epoque” napoletana. Nell’ ultimo ventennio della “dinastia”, tra il 1870 e il 1890, la “cucina” del Palazzo di Ottajano venne affidata ai cuochi napoletani Giovanni Fusco e Antonio Trematerra, “allievi”, probabilmente, di due importanti “Monzù”, Pasquale Marino e suo figlio Vincenzo, che avevano lavorato anche per i Duchi di San Cesario. Quei due cuochi napoletani formarono a Ottajano una vera e propria scuola, perché ebbero un buon numero di aiutanti, Alfonso e Giuseppe Pascale, Francesco Avino, Giuseppe Ricciardi. E quando anche nel nostro territorio le caffetterie incominciarono a produrre “confetti” e dolci, quegli aiutanti aprirono pasticcerie: a Ottajano nel 1902 c’erano sette pasticcieri, Giuseppe Arpaia, Francesco Avino, Pasquale Fusco, forse figlio di “monzù” Giovanni, Alfonso e Giuseppe Pascale, Massimo Prisco e Giuseppe Ricciardi; due erano i “caffettieri pasticcieri” di Terzigno, Luigi Piccolo e Michele Ester, quattro quelli di San Giuseppe, che da quasi dieci anni aveva conquistato l’autonomia: Gaetano Amato, Giovanni Catapano, Alfonso Ambrosio, Enrico Ammendola. Gaetano Amato e Giovanni Catapano a San Giuseppe, e i Pascale a Ottajano, distillavano liquori: Alfonso Pascale diceva che la sua china reggeva il confronto con quella della “Galliano”, la distilleria famosa in tutta Italia. Tutti i pasticcieri ottajanesi erano “confettieri” “perfetti”:producevano non solo “confetture”, torte e dolci di piccolo taglio, ma anche confetti. In un libro sulla storia del cioccolato curato da una prestigiosa ditta di prodotti dolciari si legge che agli inizi del ‘900 la “ditta Menichino di Ottajano” era “la più grande azienda cioccolatiera del Mezzogiorno”. La sua attività era iniziata nel 1885, quando San Giuseppe era ancora “ quartiere di Ottajano”, ma in realtà la Ditta “Menichini Pasquale fu Giuseppe” aveva l’unica sede in San Giuseppe, gestiva  un deposito merci al Porto di Napoli e negli atti trasmessi tra il 1901 e il 1903 alla Camera di Commercio dichiarava di produrre “cioccolato, coloniali, confetture, dolci, liquori”.  Nel 1903 la ditta stipendiava, ufficialmente, 54 tra operai, tecnici e impiegati , di cui 11 addetti esclusivamente alla lavorazione dei confetti. La dinastia dei pasticcieri Pascale durò a Ottaviano fino agli anni’70 del Novecento: la nostra giovinezza venne segnata dai biscotti a mandorla e dalle sfogliatelle di “Panasciutto” e la sua china aveva il posto d’onore nel menù della “Casina Rossa”, il famoso ristorante di Torre del Greco. Intanto volava sempre più in alto la fama dei Ragosta, partita nel 1945 dalla pasticceria di via Roma, che si chiamava “Veseri”. Michele Ragosta, allievo di Caflish, era un artista delle creme e del cioccolato, e i segni di quest’arte sono stati ereditati da un suo allievo, Raffaele Avino “Trinchetto”. I pasticcieri di oggi meritano un articolo a parte: anche essi hanno un posto di prima fila in questa storia luminosa. E dolce.