La “libertà” della donna vesuviana. La brigantessa di Sant’ Anastasia che nel 1861 indossava i pantaloni….

Il  Vesuvio “femmina” e l’emancipazione della donna vesuviana. La storia di Luisa Mollo, compagna di Vincenzo Barone, che in una spedizione a Ottajano indossava pantaloni e portava due pistole alla cintola. Una “monaca di casa” agente sotto copertura.

E’ probabile che Leopardi e Susan Sontag abbiano visto giusto quando hanno colto nella “personalità” del Vesuvio tratti femminili. Un “Vesuvio” femmina spiegherebbe perché sul suo territorio si sono diffusi i culti pagani e cristiani della Grande Madre, e fornirebbe un sostanzioso capitolo d’apertura a chi, nello scrivere una storia seria della donna vesuviana, voglia capire e  spiegare le ragioni per cui la donna si emancipò sotto il Vesuvio prima che in altri luoghi “napoletani”: nel bene, guidando aziende agricole e imprese commerciali, e anche nel male, reggendo con mano ferma  e spietata i clan della camorra. Il brigante Antonio Cozzolino detto Pilone non aveva con sé brigantesse: ma ostesse di Pompei, “monache di casa” di Terzigno, e popolane di Boscoreale e di Torre Annunziata gli offrivano consigli “politici”, nascondigli, ammirazione e affetto sinceri.

Vincenzo Barone, il brigante di Sant’ Anastasia, portava con sé, nelle  gite di guerra, la sua donna, Luisa Mollo. Il 19 agosto del 1861 la banda entrò nel territorio di Ottajano, con l’intenzione di estorcere a Raffaele Saggese Matafone, l’uomo più ricco del Vesuviano, 2000 ducati. Il bigliettino con la richiesta, “’a mmasciata scritta”, glielo mandarono per Giovanni Parisi, che “stava travagliando” nella masseria dei Rizzi in contrada Cacciato di Sanseverino. Per dovere di cronaca, diciamo che Matafone rimandò indietro  il postino ambasciatore, “digli che non mi hai trovato”, e subito corse in piazza San Francesco a dare l’allarme. In seguito, al giudice regio che lo interrogava, il Parisi raccontò che Barone era di “statura vantaggiosa, con lunga barba” e che la giovane donna che gli stava accanto era vestita “alla maschile” e portava due pistole alla  cintola. Il giorno dopo con il maggiore Calcagnini, comandante di una compagnia di bersaglieri, il contadino fu più preciso: Luisa Mollo indossava pantaloni. Le circostanze ci consentono anche di ricordare che una nipote del Matafone fu una delle prime laureate in medicina della provincia di Napoli.

Vincenzo Barone venne tradito da una sua concittadina, “monaca di casa”, Maria Luigia De Luca: un fratello era parroco, l’altro, Antonio, faceva il doppio gioco. Maria Luigia scriveva al brigante bigliettini fiammeggianti di ammirazione, gli mandava sigari e liquori, e forse anche polvere da sparo, comprata a Capua presso i soldati borbonici sbandati. Quando, dopo la morte di Barone, il giudice Mezzacapo la invitò a spiegare i suoi traffici con il brigante, Maria Luigia gli mostrò due “certificati”, rilasciati uno da Vincenzo Giova, comandante delle Guardie Nazionali, l’altro da un tenente del 2° battaglione dei bersaglieri, che la autorizzavano a procurarsi notizie su Barone “in ogni modo, anche dovendo mettervisi in corrispondenza”. La sera del 27 agosto 1861 guardie nazionali, carabinieri e bersaglieri circondarono a Trocchia la casa della vedova Palamolla: Maria Luigia aveva comprato da Saverio Ardolino, per 50 ducati, l’informazione che lì si nascondeva Barone.

Quando i bersaglieri irruppero nell’ampia casa a due piani, in una stanza trovarono Luisa Mollo. Il tenente  Gaetano Negri, che in seguito divenne senatore e fu sindaco di Milano, raccontò nelle sue memorie – e la relazione ufficiale lo confermò – che la Mollo aveva indicato, con uno sguardo, un armadio chiuso, dove era nascosto Barone.  Sul brigante si abbatté “una scarica generale” di proiettili. Ma è probabile che Luisa Mollo non abbia voluto tradire  Barone, e che abbia guardato verso l’armadio d’istinto, con una spiegabile imprudenza. Al processo la donna ammise che Barone le aveva regalato 14 anelli e un paio d’orecchini “lucidi, con pietra verde”, e che sua sorella Concetta aveva avuto in dono molti capi di biancheria “ e pezze di lino e di canapa”, sottratti dal brigante al tesoro della banda, all’insaputa degli altri. E quando Matilde Di Marzo, figlia di un “galantuomo” di Sant’ Anastasia, ammise che c’erano stati tra lei e Barone alcuni incontri d’amore, ma solo prima che egli si desse “alla montagna e alla latitanza”, Luisa Mollo la smentì e raccontò d’aver accompagnato personalmente, e per due volte, Matilde alla masseria La Zazzera, “ sulla Montagna”, “ per un abboccamento” con Barone. Perché lo fece? Per eccesso d’amore? Perché costretta? Le donne vesuviane sanno quale posto dare nella scala dei valori alla gelosia, e quale all’ utile: Luisa Mollo sapeva che il padre di Matilde era un uomo ricco e potente. Nell’aula del tribunale Donna Luisa si comportò in modo così dignitoso che i cronisti non ebbero dubbi: lei era non una carnefice, ma una vittima, “vittima delle voglie brutali” del brigante. Non sapremo mai fino a che punto fosse sincera e “naturale”, e da dove incominciasse la recita.  Fu lieve la pena a cui venne condannata. E subito scomparve dalle cronache: è una virtù delle donne vesuviane passare repentinamente dal palcoscenico alla nebbia dell’oblio: che però non cancella mai del tutto il passato, ne fa sopravvivere sempre un segno, una traccia.

 

 

3 commenti a “La “libertà” della donna vesuviana. La brigantessa di Sant’ Anastasia che nel 1861 indossava i pantaloni….”

  1. Caro Prof. Carmine, premesso che l’emancipazione di chicchessia non è dato dalla, trasgressivita’ morale. Le cronache di prima che l’avvocato ex massone Beato Bartolo Longo iniziasse la costruzione del santuario della Madonna a Pompei definivano i posti “luoghi di ladroni”. Scritto questo, la storia del primo “brigantaggio” è storia di resistenza patriottica all’invasione ipocritamente mascherata di unità d’Italia, che infatti non c’è mai praticamente del tutto stata se non amministrativamente. Poi certo in mezzo ai resistenti sia messi anche gente abitura a delinquere..embè pare che questo sia un male endemico alle società e istituzioni umane, anche le più amanti di….”legalità”, come ancora oggi è. Che poi che legalità è se è sola conformità a leggi scritte contro la legge morale naturale , anche se andrebbe prima ben chiarito la pienezza della portata semantica della parola naturale. La ossequio con stima Le auguro tutto il bene di cui ha bisogno. Padre Giuliano Di Renzo

  2. Il tuo racconto dei fatti mi ricorda “lo cuto de li cunti” di basile.

  3. Nel Vesuviano non esistono un primo e secondo brigantaggio post- unitario: esiste una tradizione brigantesca che risale al sec.XVI, almeno. Sotto il Vesuvio, Barone è un brigante politico, Pilone è un personaggio più complesso. Basile lo considero uno dei più grandi scrittori italiani, e mi viene da ridere quando vedo che non gli si dedica il tempo che merita nemmeno nelle scuole napoletane. Ma per il prestigio di Napoli basta Insigne. Per il resto, la realtà tutta, e non solo quella “napoletana”, ha sempre una sostanza sorprendente: bisogna saper trovare queste “sorprese”, e soprattutto bisogna saper sorprendersi. Io ci riesco ancora, qualche volta. Spero di dimostrarlo ripubblicando le pagine che nel mio libro dedicai a un “assassinio di Stato”: l’assassinio del brigante Pilone che in una piazza di Napoli, solo, disarmato, viene circondato da almeno 14 poliziotti, e sebbene si arrenda alzando le mani, viene pugnalato prima alle spalle e poi, caduto a terra, al petto.
    Era scritto che non doveva arrivare vivo al processo. Nihil novi…..

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