Home La Verità nei Libri La Festa di Piedigrotta negli anni napoletani  della “Belle ‘Epoque”

La Festa di Piedigrotta negli anni napoletani  della “Belle ‘Epoque”

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Qualche nota sull’origine della Festa, che a metà dell’Ottocento gli ultimi Borbone fanno diventare “la Festa nazionale” del Regno di Napoli. La descrizione di Francesco Mastriani. Negli ultimi anni dell’’800 assumono un’importanza crescente, e, secondo alcuni, eccessiva, i concorsi della canzone napoletana: l’editore Bideri fa  in modo che la canzone di Napoli alimenti una vera e propria industria. Ma c’è ancora spazio per i capolavori di Di Giacomo e Mario Costa, che dedicano “Lariulà” (Piedigrotta del 1888) a Evelina Gallone, moglie dell’ultimo Medici di Ottajano, Giuseppe V.

 

Lo storico Francesco Barbagallo non esclude che l’origine della Festa di Piedigrotta risalga ai “rituali orgiastici pagani, ai baccanali dedicati al dio della fertilità, Priapo, che si svolgevano nei pressi della grotta di Posillipo”.  Nei primi anni del ‘300 i pescatori della zona costruirono il santuario dedicato alla Madonna: con il concorso di tutti i Napoletani, vennero riparati i danni provocati dal maremoto del 25 settembre 1343. Nella seconda metà del ‘600 il programma della Festa incominciò a comprendere la sfilata dei carri allegorici delle Corporazioni di arti e mestieri e la “gara” tra musici e cantanti: a poco a poco le manifestazioni occuparono gran parte dello spazio urbano. Nella prima metà dell’Ottocento Francesco I e Ferdinando II fecero in modo che la Festa, e nella parte religiosa e in quella laica, riservata al divertimento, diventasse una vera e propria “festa nazionale” della Napoli borbonica. In un articolo pubblicato da De Bourcard nel 1857 Mastriani racconta che il “ Monarca delle Due Sicilie e la Regal sua famiglia si prostrano anche essi riverenti e umili” ai piedi della Madonna, proprio come gli innumerevoli fedeli che arrivano da ogni parte del Regno: ed è uno spettacolo unico quello di “ folle di contadini” che, nelle “ loro colorate vesti”, sfilano per via Toledo e per la Riviera di Chiaia, diretti verso il Santuario di Piedigrotta, e si fermano ad ammirare, nel silenzio dello stupore, le divise dei soldati della Guardia Reale, schierati in doppia fila. “E’ noto – ricorda Mastriani – che a Napoli presso il popolo minuto” i mariti devono garantire, nel contratto nuziale, che “almeno una volta porteranno le mogli alla Festa di Piedigrotta.”. Nel racconto di Mastriani la musica e il canto sono solo un ornamento della Festa, e nelle “bettole” le “forosette”, le seducenti contadinelle, intrecciano i movimenti della tarantella “al suono delle nacchere e dei tamburelli.”. Negli ultimi trenta anni dell’ Ottocento la canzone diventa la protagonista assoluta della Festa: nel 1886 il Verdinois lancia il grido d’allarme, la “Piedigrotta” diventa di anno in anno “più debole e sbiadita”, perché tutti i suoi spazi sono occupati, ormai, dalle gare tra canzoni: “ciascuno di noi ha una canzone da metter fuori, e il solo fatto di tenere la penna in mano conferisce il diritto – o l’aspirazione- all’alloro popolare”. Tutti i compositori ricordano il successo strepitoso, nella “Piedigrotta” del 1880,  di “Funiculì, Funiculà”, la canzone che Giuseppe Turco e Luigi Denza hanno creato per l’inaugurazione della funicolare per il Vesuvio. Massimo Giulio Scalinger scrive sulla rivista di cui è direttore, “Il Fortunio”, che per la “Piedigrotta” del 1889 sono state composte 7223 canzoni: “la vena “canzonatoria”, come si vede, è al rialzo”. Due anni dopo lo Scalinger è ancora più duro: il popolo “non canta più, canticchia” e la prova della decadenza della canzone napoletana è data proprio dal “gran numero di concorsi”; la colpa è soprattutto degli editori che hanno ridotto “ a un quesito commerciale un ingenuo prodotto del sentimento artistico”.  Il bersaglio della polemica è l’editore Ferdinado Bideri: egli possiede un’azienda tipografica d’avanguardia, pubblica “copielle”, manifesti e album di canzoni, mette sotto contratto musicisti, poeti e parolieri e “produce in media – scrive il Barbagallo – sessanta canzoni all’anno”: ma per la sola Festa di Piedigrotta del 1892 le canzoni prodotte sono ottanta “ e avrebbe più volte superato le trecento canzoni”. Per consolidare il controllo esercitato sul mondo della canzone napoletana Bideri stringe salde relazioni commerciali con i Grandi Magazzini “Mele” e “Miccio” a cui garantisce una pubblicità continua e capace di destare l’interesse del pubblico, e, infine, nel 1891, fonda una sua rivista, “La Tavola rotonda”. Ma nell’ “industria” della canzone napoletana c’è ancora spazio per le creazioni geniali: nella “Piedigrotta” del 1885, “l’anno dopo il colera”, viene presentata da Salvatore Di Giacomo e da Mario Costa, che è l’autore della musica, “Era de maggio”. Alla Piedigrotta del 1888 il poeta presenta non solo “’ E spingule francese” – la musica è di Enrico De Leva -, ma anche “Lariulà”, musicata da Costa e dedicata a Evelina Gallone, moglie dell’ultimo Medici di Ottajano, Giuseppe V, e affascinante protagonista delle feste e dei “salotti” della nobiltà napoletana.

E al culmine della “Belle ‘Epoque” la Piedigrotta del 1898 fa conoscere al mondo  il capolavoro di Eduardo Di Capua e di Giovanni Capurro, “’O sole mio”.