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La chiesa napoletana di “Santa Maria della Pace” e  il “lazzaretto” per gli appestati

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La chiesa e l’ospedale fatti costruire dai frati dell’ Ordine di San Giovanni di Dio. Il tesoro artistico comprende statue di Domenico Antonio Vaccaro e di Agostino Felici, stucchi di Pietro Buonocore, affreschi di Michele Foschini e di Giacinto Diano. La storia della lapide con l’iscrizione contro le “bugie” degli invidiosi. Il “lazzaretto” degli appestati.

Nel 1587, come ci racconta Renato Ruotolo, i frati ospedalieri dell’Ordine di San Giovanni di Dio acquistarono, a via Tribunali, il palazzo di Sergianni Caracciolo, Gran Siniscalco del Regno, per istituirvi un ospedale. Nel 1629 l’architetto Pietro De Marino avviò la costruzione della Chiesa, che venne consacrata a Santa Maria della Pace, per ricordare, forse, la pace di Crepy firmata nel 1544 da Spagna e Francia. Tra il 1635 e il 1640 Jacopo e Dionisio Lazzari lavorarono i marmi della facciata, mentre gli stucchi della navata interna vennero realizzati tra il 1734 e il 1742 da Pietro Buonocore “guidato” dai disegni di Nicola Tagliacozzi Canale, direttore dei lavori di restauro resi necessari dagli effetti rovinosi del terremoto del 1732. Del 1738 è il grande affresco di Michele Foschini, “L’elemosina di San Giovanni di Dio”, che occupò lo spazio tra gli stucchi ornamentali della volta (l’immagine apre l’articolo) e che venne in gran parte rovinato dalle infiltrazioni d’acqua nel lungo periodo – dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni’70 del ‘900- in cui la chiesa è rimasta chiusa e abbandonata. Notevole è il corredo delle testimonianze artistiche. Forse sono di Domenico Antonio Vaccaro le coppie di angeli che nella cupola reggono lo stemma dell’Ordine dei frati ospedalieri, ed è certo l’intervento dell’artista sui due altari delle cappelle del transetto. Nelle quattro nicchie della crociera sotto la cupola  vennero  collocate, nel 1699, quattro statue di Agostino Felici, che raffigurano  i Santi Giuseppe, Giovanni Battista, Giovanni di Dio e Anna.Sui marmi di color bianco e bardiglio del pavimento (vedi immagine in appendice) disegnato da NicolaTagliacozzi Canale risaltano motivi decorativi che si riferiscono alla Vergine, mentre la melagrana, che decora anche il pavimento del presbitero, richiama direttamente lo stemma dell’Ordine, in cui  il frutto è presente come simbolo della buona salute e dell’abbondanza.  Nel sacro edificio ci sono due chiostri, quello della Chiesa e quello dell’ospedale, posti a livelli diversi, perché così impone “la differenza di quota, circa quattro metri, esistente tra via Tribunali e il vico Nuovo  Pace” ( R. Ruotolo). Nel passaggio tra i due chiostri vi è una lapide su cui è scritto: “Dio m’arrassa da invidia canina, da mali vicini et da bugia di uomo da bene”.  Una copia dell’iscrizione venne posta, in vico San Nicola dei Caserti, sulla casa dell’autore  che negli ultimi anni del ‘500 venne condannato a morte per un omicidio che non aveva compiuto: ma i giudici si fecero convincere dalle “bugie” dei falsi testimoni che lo accusavano e dai quali solo Dio avrebbe potuto liberarlo ( m’arrassa). L’infelice lasciò i suoi beni all’Ordine dei frati ospedalieri a patto che conservassero per sempre il messaggio che egli lasciava sulla lapide contro gli invidiosi e le persone che fingono di essere “da bene”, però mandano a morte un innocente con le loro calunnie. Al primo piano del “lazzaretto”  c’è un salone lungo circa 90 metri, in cui erano collocati i letti dei malati e che ospitò una struttura ospedaliera fino agli anni ’70 del ‘900.  In questo “luogo” (vedi immagine in appendice) ornato dagli affreschi in cui nella seconda metà del ‘700 Giacinto Diano   raccontò le “ Storie di San Giovanni di Dio”  ci furono le scene terribili dei Napoletani colpiti dalla peste e da altre epidemie che i medici cercavano di sottrarre alla sofferenza e alla morte. Dal “balcone” che corre a mezz’altezza lungo tutte le pareti gli inservienti calavano il cibo ai malati, per evitare il contagio. I medici e gli infermieri, quando erano costretti a scendere a piano terra, per visitare i malati, si coprivano il volto con una maschera provvista di un “naso” adunco, in cui erano inserite erbe salutari impregnate di aceto. Si credeva infatti che il cattivo odore che i corpi degli appestati emanavano fosse il veicolo del contagio e che l’olfatto fosse la via di trasmissione: l’aceto e le erbe salutari avrebbero dovuto bloccare l’infezione.