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Fece erigere la chiesa e volle che portasse il nome di San Michele il cardinale Rinaldo Brancaccio, il cui monumento funebre venne scolpito nel 1427 da Donatello e da Michelozzo: la difficile tecnica dello “stiacciato”. Il “San Michele” di Marco Pino e il sepolcro dei cardinali Francesco e Stefano Brancaccio, eretto dai fratelli Ghetti. Nel 1709 incominciarono i lavori di ristrutturazione, affidati a Arcangelo Guglielmelli, lo scopritore di Francesco Solimena.

 

La chiesa si trova all’incrocio tra piazza San Domenico Maggiore e piazzetta Nilo, il cui nome ricorda i mercanti “egiziani” che ai tempi della Napoli greco – romana abitavano in quella zona e che al Nilo eressero un monumento, il Corpo di Napoli. Fece costruire la chiesa, tra il 1385 e il 1426, il cardinale Rinaldo Brancaccio, al centro di un complesso che comprendeva il palazzo di famiglia e un ospedale per i poveri. Il cardinale volle che la chiesa venisse intitolata a San Michele Arcangelo: nella sagrestia si conserva una lunetta- tecnica dell’affresco su fondo d’oro – su cui il pittore, forse Perinetto da Benevento, raffigurò “la Madonna in trono tra San Michele e Sant’Andrea adorata dal cardinale Brancaccio”.Il cardinale dispose anche, nel testamento, che la sua biblioteca, composta – scrive Vincenzo Regina- di ventimila volumi venisse trasferita a Sant’ Angelo a Nilo e messa a disposizione degli studiosi. Arricchita nel corso dei secoli attraverso donazioni e acquisizioni di biblioteche soppresse, la biblioteca brancacciana divenne infine un fondo della Biblioteca Nazionale. Una statua di San Michele Arcangelo sormonta anche il portale che affaccia su piazzetta Nilo. Sull’altare maggiore “splende” il “San Michele” che Marco Pino dipinse su tavola (cm. 325 x 273) nel 1573: un documento eccezionale del “manierismo fiorito, fiammeggiante “(Andrea Zezza) dell’importante pittore senese, che visse a lungo a Napoli, e a Napoli morì nel 1587. In questo quadro, scrive Francesco Abbate, “San Michele è una stupefacente lingua di fuoco che calpesta un demonio dai “membroni” di nuovo michelangioleschi, attorniata da un paesaggio fantasioso, ma pieno di ricordi romani, tra polidoresco e fiammingo”. In una piccola cappella sul lato destro della navata centrale c’è il celebre monumento del cardinale Rinaldo Brancaccio, “una delle prime e più importanti testimonianze delle nuove tendenze formali del Rinascimento” (Fausta Navarro). Poiché il cardinale, che morì nel 1427, aveva molti amici a Firenze, nel clero e nel mondo della politica, gli esecutori testamentari diedero l’incarico di costruire il monumento funebre a due grandi artisti fiorentini, Donatello e Michelozzo. L’opera venne scolpita rapidamente e già nel novembre del 1427 una nave la trasportava a Napoli.

La critica assegna a Donatello il rilievo con “l’Assunzione della Vergine” (immagine in appendice), che è inserito sul fronte del sepolcro del Cardinale, e che viene considerato una splendida testimonianza della tecnica dello “stiacciato” che permetteva all’artista di incidere figure di spessore minimo: i piani di queste figure sovrapponendosi creavano l’effetto della profondità dello spazio, al centro del quale si stagliava nitidamente l’immagine- in questo caso, la Vergine – che lo scultore considerava la più importante. A sinistra dell’altare maggiore c’è il monumento funebre dei cardinali Francesco e Stefano Brancaccio che venne eretto da Bartolomeo e Pietro Ghetti, scultori e marmorari carraresi, che tennero bottega a Roma e tra il 1663 e il 1728 a Napoli: sono poche le chiese in cui essi non hanno lavorato. In un libro pubblicato nel 1873 Giuseppe Campori scrisse che i due fratelli erano nati a Roma, da un ramo dei Ghetti che si erano trasferiti nella Città Eterna, e che “Bartolomeo si dedicava alla parte ornamentiva e Pietro alla figurata”.Nel monumento funebre di Francesco e Stefano Brancaccio si nota l’influenza che il Bernini esercitò sulla tecnica dei Ghetti e sulla scenografia del disegno. Nel 1709 Arcangelo Guglielmelli, che era architetto, scultore, pittore e scenografo, avviò i lavori di ristrutturazione dell’edificio sacro e affidò allo scultore Bartolomeo Granucci il compito di sistemare le sculture e le decorazioni. Secondo il De Dominici, il Guglielmelli (1648- 1723), avendo visto le prime opere del Solimena e avendo compreso immediatamente il genio del giovane pittore, lo raccomandò ai “Padri Gesuiti del Gesù Nuovo ove doveasi dipingere la volta della cappella di Sant’ Anna laterale all’altare maggiore dal lato del Vangelo”.