CONDIVIDI

In una relazione di polizia del 1854 è scritto che la “carne con il pomidoro” era un “piatto” che gli “umili” non si potevano permettere: i “tavernari” dell’ “Imbrecciata” lo servivano ai loro “libertini” clienti, per alimentare il consumo del vino. La storia dell’ “Imbrecciata”, centro della prostituzione, e il controllo esercitato dalla camorra della Vicaria. La complicata storia del contrabbando di vino, carni e ortaggi dal Vesuviano e dal Nolano ai mercati di Napoli.

 

Ingredienti: gr. 500 di fettine di carne; 400 g di pomodorini maturi; un rametto di origano, sale, pepe, due spicchi d’aglio, 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva. Lavati con cura sotto l’acqua corrente i pomodorini, asciugateli con un panno da cucina  e tagliateli a metà. In una padella larga versate 4 cucchiai di olio extravergine di oliva e lasciate riscaldare  a fiamma abbastanza vivace. Aggiungete prima gli spicchi di aglio dopo averli sbucciati, facendoli rosolare da ambedue le parti, e poi i pomodorini, abbassando leggermente la fiamma, e infine le foglie di origano . Coprite la pentola con un coperchio e lasciate cuocere il sugo per circa 10 minuti. A questo punto disponete nel sugo le fettine di carne, con un pizzico di sale e con una “punta” di pepe nero fresco. Coprite di nuovo la pentola e lasciate cuocere per altri 10 minuti girando la carne a metà della cottura perché questa risulti uniforme. Spenta la fiamma, lasciate intiepidire la “pizzaiola” qualche minuto prima di servirla a tavola.(La ricetta è quella pubblicata dal sito “ Amalfinotizie”, che consiglia di usare il manzo o il vitellone nei tagli della fesa, dello scannello, dello scamone, o la carne di girello).

Nel maggio del 1854 le guardie del “posto di polizia” di Porta Capuana, che di solito cercavano di non dare fastidio ai “tavernari”, alle ostesse, ai clienti e alle allegre “donne perdute” del movimentato quartiere, furono costretti a muoversi e a intervenire, perché nella cantina di Giovanni Ascione, al Largo Cavalcatoio, si era scatenata una rissa sanguinosa tra una decina di noti “libertini”. Nella relazione richiesta immediatamente dall’ Intendente il funzionario di polizia descrisse, ancora una volta, quella specie di “porto franco” che era la strada dell’ “Imbrecciata a S. Francesco”, in cui affluiva una rete di vicoli tenebrosi che da Porta Capuana portavano ai confini della città. L’ “Imbrecciata” – scrisse in seguito Abele De Blasio – “poteva essere considerata come un piccolo regno il cui re era il più temuto camorrista della Sezione Vicaria, che ogni settimana veniva pagato tanto dai proprietari delle case che dalle conducenti dei postriboli, obbligandosi da parte sua di far pagare regolarmente il fitto ai primi ed aggiustare le vertenze che casualmente fossero avvenute tra le seconde”. Nella relazione del 1854 si confermava il “quadro” che tutti, a Napoli, conoscevano: i venditori abusivi di liquori, le ininterrotte partite di “morra, tocco, zecchinetto e primiera” che si tenevano in ogni “cantina e taverna”, i “lupanari”, il gran numero di “donne perdute”, molte delle quali venivano dalle province, i “libertini”, le “risse” continue, alimentate dal vino di Gragnano che i Vespoli, proprietari da decenni della taverna al Largo Cavalcatoio a Casanova, importavano “ a carri”, approfittando soprattutto della distrazione dei “doganieri” al Ponte della Maddalena: ma di questa “distrazione” l’autore della relazione non parlò. . Notò,invece,che il consumo copioso di vino, considerato la causa prima delle risse e dell’improvviso scintillare dei coltelli, era favorito anche dai “piatti” che i “tavernari” portavano in tavola, le zuppe di soffritto, i “timpani di maccheroni”, “le minestre di peperoni e di melanzane” e la “carne con il  pomidoro”, che dovrebbe essere la “carne alla pizzaiola”: piatti che si potevano permettere non gli “umili”, ma solo i danarosi, quale che fosse l’origine del loro danaro. 

Non sono infrequenti nelle relazioni della polizia borbonica e di quella dell’Italia unita queste note di sociologia dell’alimentazione: servono a caratterizzare la condizione finanziaria della clientela, e talvolta vogliono sottolineare il fatto che dietro quei “piatti” c’era anche il fiorente contrabbando delle materie prime: il mercato “napoletano” delle carni venne controllato, almeno fino al 1872, dai Borrelli di Sant’ Anastasia, così come il mercato di verdure e ortaggi era una “privativa” dei Lubrano, detti “quelli di Porta di Massa”, e i contrabbandieri del vino del Vesuvio e del vino di Gragnano venivano “autorizzati” dagli Scarpati di San Sebastiano, detti i “Vammana”. 

Ma il contrabbando del vino vesuviano verso i mercati di Napoli è una storia lunga, che merita di essere raccontata a parte. Così come merita un “pezzo” a parte l’idea geniale del cuoco che per primo nel sugo della “pizzaiola” cucinò i maccheroni.