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Tutto o molto delle nostre città dipende dall’apprendere a chiedere di chi siamo figli e ancor di più a ricostruire un immaginario potente di popolo.

 

Quando sento odore di cavolo, che tra l’altro mi piace molto, mi vengono in mente certe descrizioni di ambienti di Dostoevskij: stanzette povere e cupe nelle quali aleggia il fumo dal caratteristico odore; così non posso fare a meno di riandare con la fantasia all’osteria del Gambero rosso, descritta in Pinocchio, quando penso alle povere cene dei paesi toscani alla fine dell’Ottocento. Allo stesso modo una vespa Piaggio mi riporta inequivocabilmente al film Vacanze Romane di William Wyler o l’accidia di un giovane di provincia mi richiama l’immagine di Alberto Sordi ne I Vitelloni di Fellini. Victor, il Ragazzo selvaggio di Truffaut, mi appare subito se penso ad alcune tipologie di didattiche comportamentiste, diffuse nelle nostre scuole, e se guardo alla mia vecchiaia mi ritornano in mente, come un canto, Re Lear e la pazza saggezza di Enrico IV di Pirandello; per non parlare dei luoghi teatrali di Eduardo per i quali la mia mente è sempre aperta alla commozione di un grande visionario. La nostra vita, soprattutto quella di chi non ha avuto il tempo di colonizzarla con i modi di vita digitali o con le icone televisive, si costruisce intorno ad un immaginario culturale, storico, sociale che non appartiene solo al singolo, ma che è stato costruito da un’intera comunità, a volte millenni fa, come nel caso delle testimonianze che Odisseo il temerario o Giasone che solca i mari con la prima nave, Argo, ha donato all’Occidente, oppure decenni fa, più vicini a noi nel tempo, come il caso degli orfani dickensiani e dei loro diritti violati o delle attese manzoniane per il riscatto degli umili.

Voglio dire che una città si definisce soprattutto a partire da questo tessuto dell’immaginario che si è stratificato lungo i secoli e di cui noi siamo gli eredi, spesso inconsapevoli. Gli eredi possono essere ciechi e sordi, non comprendere cioè il valore della loro eredità o forse comprenderne solo la portata economica, ma questa insipienza può essere causa di grandi e irreversibili danni, perché a lungo andare ci si convince che nella nostra mente passano solo le mode del momento e che noi stessi siamo moda del momento, per cui non abbiamo altro destino se non quello di assomigliare agli altri e di muoverci, parlare … pensare come gli altri, senza alcuna attenzione al significato di ciò che facciamo, al perché delle cose che ci circondano. Tuttavia gli eredi possono essere anche donne e uomini coraggiosi, che sentono arrivato il loro turno di accompagnare una civiltà, farla vivere e darle senso.

Immaginarsi l’amico Achab, che ossessionato da Moby Dick, osserva l’orizzonte burrascoso del mare, pronto a combattere la sua ultima battaglia, ci offre l’occasione di interrogarci sulle nostre battaglie e di visitare gli orizzonti delle nostre sfide personali. Ma senza di lui, il folle capitano, chi potrebbe condurci ad immaginare la vita come un’epica avventura in cui morte e vita si confrontano?

Sentirsi figli di Abramo che esce dalla tenda in piena notte e ammira stupito e incantato le stelle del cielo e non riesce a contarle, come una strana voce sembra suggerirgli, ci permette di sentire profondamente il fascino delle stelle e del cosmo, di ascoltare quello che la luna può dirci la notte, mentre ci affacciamo alla finestra, di porre l’orecchio alle voci interiori che, inesauste, continuano a parlarci, al mistero delle cose che ci circondano e di cui nemmeno ci accorgiamo.

Sentire che siamo discendenti di tanti giovani che non hanno esitato a dare la vita per la democrazia, durante il Risorgimento o le guerre mondiali, vuol dire percepire che c’è la possibilità di migliorare le relazioni sociali e di esprimere un’esigenza che viene da lontano ed è insopprimibile in noi: quella di costruire una civiltà fraterna e cooperativa. Se mi sento figlio di nessuno o dell’ultimo you tuber che ha da dire quattro frasi smozzicate e sempre le stesse, percepirò il mondo come un circo di balbuzienti e nessuna scuola potrà restituire un po’ di dignità al mio rapporto con la conoscenza, con il mondo e con me stesso.

Tutto o buona parte della nostra capacità di definirci umani, cioè costruttori di civiltà, dipende dalla ricchezza o dalla povertà del nostro immaginario civile, fatto di arte, di musica, di cinema, di letteratura, di pietre di storia, di slarghi aperti sul passato e non sempre e solo sul presente, di terrazze mostranti orizzonti puliti e infiniti più che la sporcizia e il lordume a cui siamo abituati. Tutto o molto delle nostre città dipende dall’apprendere a chiedere di chi siamo figli e ancor di più a ricostruire un immaginario potente di popolo. Ascoltare per una volta il silenzio di cui siamo ancora capaci, senza farci irretire dal rumore sovrastante e dalla sua promessa di drogata felicità, vuol dire chiamare per nome la città. Che ci aspetta paziente.