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L’ “Uomo” della Sindone

La Sacra Sindone, uno dei misteri più affascinanti della cristianità.

La Sindone è un grande mistero. Ha una sua grande storia. Secondo i racconti dei vangeli, dopo la sua morte il corpo di Gesù fu deposto dalla croce, avvolto in un lenzuolo (sindone) con bende e trasposto nel sepolcro. Della sindone evangelica non viene fornita alcuna descrizione circa dimensioni e materiale; viene però indicato che fu utilizzato un telo per il corpo e un fazzoletto (sudario), separato, per la testa. Circa la forma è stato ipotizzato che la descrizione di san Giovanni sia compatibile con la Sindone di Torino. Secondo la scuola esegetica di Madrid infatti, il traduttore greco dell’originale aramaico di san Giovanni avrebbe letto al plurale la parola aramaica che significa “telo, pezzo di stoffa” e quindi tradotto con “bende”. È stato ipotizzato anche che il telo e il sudario siano stati conservati dalla primitiva comunità cristiana, pur non essendo presente alcun esplicito accenno o riferimento, nei Vangeli, circa la formazione di un’immagine su un qualche tessuto. Inizialmente la Sindone è conservata dalla primitiva comunità cristiana, come ricordo della Passione di Gesù; a causa delle persecuzioni viene tenuta nascosta. Nei primi secoli della Chiesa ( e anche dopo) ci sono solo poche e fugaci menzioni sulla Sindone. Sono state, poi, avanzate diverse ipotesi per spiegare come essa sia poi giunta in Francia. Nel 1353, a Lirey in Francia, il cavaliere Goffredo di Charny annuncia di essere in possesso del telo che avvolse il corpo di Gesù nel sepolcro. Il 22 marzo 1453 Margherita di Charny vende la Sindone al duca Ludovico II di Savoia, che la porta a Chambéry, sua capitale. Il 6 febbraio 1464 Ludovico II di Savoia assegna una pensione annuale ai canonici di Lirey per la perdita della sindone. È il primo atto con cui i Savoia dichiarano ufficialmente di possedere il Sacro Telo. L’ 11 giugno 1502 Filiberto II di Savoia deposita la sindone nella Sainte-Chapelle du Saint-Suaire del castello ducale di Chambery appositamente costruita. Il 9 maggio 1506 Papa Giulio II autorizza il culto della Sindone fissandone la ricorrenza festiva il 4 maggio. Nella notte tra il 3 e 4 dicembre 1532 la Sindone viene danneggiata da un incendio che la brucia in più punti. Tra il 15 aprile e il 2 maggio dell’anno successivo le suore clarisse di Chambéry la riparano applicando alcune toppe e cucendola su una tela d’Olanda di sostegno. Il 19 settembre 1578 il duca Emanuele Filiberto, che ha spostato a Torino la capitale del ducato, vi trasferisce anche la Sindone. Nel mese successivo San Carlo Borromeo assolve al proprio voto di recarsi in pellegrinaggio a piedi in visita alla sindone esposta a Torino partendo da Milano. Nel 1625 Antoon van Dyck vede la sindone a Torino e dipinge il crocifisso con i chiodi infissi nei polsi e non nel palmo delle mani come era in uso. Nel 1685 la sindone è esposta nella cappella dei SS. Stefano e Caterina del duomo di Torino. Nel 1706 durante l’assedio di Torino, la Sindone viene temporaneamente trasferita a Genova. Nel 1898 la Sindone viene fotografata per la prima volta, e si scopre che l’immagine dell’Uomo della Sindone è un negativo: questo avvenimento solleva l’interesse della comunità scientifica sul lenzuolo e riaccende il dibattito, a tutt’oggi non concluso, sulla sua autenticità. Dal 1939 al 1946 la Sindone viene segretamente nascosta all’interno dell’abbazia di Montevergine in Campania. Per un accordo fra Vittorio Emanuele III e Pio XII, la reliquia viene trasferita nel santuario, sia per proteggerla dai bombardamenti, sia per nasconderla a Hitler che ne era ossessionato e che la voleva sottrarre. Nel 1973 avviene la prima ostensione televisiva della Sindone, che la rivela al grande pubblico. Nel 1983 Umberto II di Savoia, ultimo Re d’Italia, morendo lascia la Sindone in eredità al Papa, che ne delega la custodia all’Arcivescovo di Torino. Nel 1988 la Sindone viene sottoposta all’esame del carbonio-14: il risultato è che il lenzuolo è di epoca medievale (1260-1390, periodo compatibile con la sua comparsa a Lirey nel 1353), ma diversi sindonologi ne contestano l’attendibilità. Nella notte tra l’11 e 12 aprile del 1997 la Sindone è minacciata da un incendio che devasta la Cappella del Guarini; portata in salvo dai vigili del fuoco, non riporta alcun danno. Nel 2002 la Sindone è sottoposta a un intervento di restauro conservativo: tra l’altro vengono rimosse le toppe e il telo di sostegno applicati dopo l’incendio del 1532. A soli cinque anni dall’ultima Ostensione, cosa spinge da oltre un mese, ogni giorno, dall’alba a sera fatta, un fiume ininterrotto di persone d’ogni provenienza a mettersi in coda per entrare nel Duomo di Torino? Appena il tempo di uno sguardo, un’emozione, una preghiera. Ma si sa che vale la pena farlo, calamitati da un invito al quale non ci si può opporre. È la Sindone che sembra parlare con una voce che non s’era mai udita con questa nitidezza, con un’efficacia che fa presa e cura le nostre ferite aperte. Tutti noi ci scopriamo ‘visti’ da quell’Uomo enigmatico e silente. Le sue piaghe lungo l’intero corpo, come a farne l’immagine stessa del dolore patìto e accettato, rimandano a sofferenze che lo rendono a tal punto prossimo alle inquietudini, alle ferite interiori, alle speranze coltivate, alle attese tradite, al dolore anche fisico di tutti noi, che siamo convinti che quello è il luogo dove siamo davvero accolti senza condizioni, col fardello del limite che in questo tempo di affanni irrisolti grava come mai prima su tante spalle. L’eco dell’umanità intera provata da ogni sorta di travaglio arriva sino a quella teca nel buio della cattedrale. Il suo grido è ascoltato, compreso, ‘assorbito’ dentro le piaghe del Crocifisso sindonico, che ha lasciato impresso nel tessuto, insieme a un profilo scolpito col sangue, un nugolo di domande, al mondo e a ciascuno di noi. Perché la sofferenza? L’Uomo della Sindone ci parla, e forse mai come ora desideriamo dialogare con lui. E, certamente, ci dice che l’ “Uomo” dei dolori ha sofferto con me e per me. E, anch’io devo fare questo per il mio fratello. Ed è, questo, il grande mistero dell’amore condiviso.

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