Somma Vesuviana, il succorpo della Collegiata tra mistero, memoria e pratica funeraria

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Il corpo mummificato di un sacerdote, custodito per decenni nel silenzio dell’ipogeo, ci restituisce indirettamente uno spaccato della vita religiosa e delle antiche pratiche funerarie della comunità sommese.

Come abbiamo letto in un articolo precedente, la revisione delle fonti documentarie e le più recenti acquisizioni hanno permesso di smentire una consolidata credenza locale, rimuovendo l’attribuzione delle spoglie mortali, in eccezionale stato di conservazione, alla figura del sacerdote Francesco Antonio Gravina (1668 – 1711) presso la Collegiata di Somma Vesuviana [https://www.ilmediano.com/lenigma-storico2-a-somma-vesuviana-i-documenti-darchivio-riscrivono-il-destino-dellabate-francesco-antonio-gravina/]. Tale identificazione si era rivelata l’esito di una stratificazione devozionale, condizionata dall’esegesi acritica di testi settecenteschi, quali, in particolare, le Notizie istoriche degli Arcadi morti, Tomo I, Stamperia Antonio de Rossi, Roma 1720. Esclusa la pista del Gravina, l’attribuzione dell’identità della salma sacerdotale deve essere ricondotta al contesto religioso del clero locale tra la fine del XVIII secolo e il XIX, orientando la ricerca scientifica verso l’indagine documentaria e scientifica. L’ipotesi, tanto accreditata sul piano storico, suggerisce che il corpo possa appartenere ad un autorevole membro ecclesiastico del Capitolo della Collegiata. Il caso in esame, comunque, si incentra anche sul rinvenimento, di un coperchio di un feretro ligneo (vedi foto 1) all’interno del succorpo della Collegiata.

fig. 1 – Coperchio feretro (foto A. Angri)

All’atto della scoperta, la cassa sepolcrale conteneva le spoglie dell’ecclesiastico unitamente ad altri resti osteologici e risultava adagiata su due supporti di sostegno. I ricordi di chi giocava da piccolo in quel luogo misterioso ne esaltano l’atmosfera: un posto sempre aperto, buio, custode di una bara al suo interno. Inizialmente si riteneva che tale manufatto fosse il feretro destinato a ospitare le spoglie del reverendo. Tale ipotesi rivela tuttavia un’incongruenza sul piano logico ed esegetico: il rinvenimento di quel feretro ligneo in un ambiente ipogeo contrastava nettamente con le pratiche funerarie, le quali prescrivevano rigorosamente l’inumazione del corpo e della bara. È plausibile, pertanto, che i resti mummificati del sacerdote e il contestuale materiale osteologico siano stati traslati all’interno della cassa in un momento successivo, con la precisa finalità di garantirne la conservazione e la tutela. Il manufatto funebre, quindi, doveva rispondere, in origine, ad una funzione eterogenea rispetto alla destinazione sepolcrale; tutto ciò impone una preliminare ricostruzione del passato.

Madonna della Neve

Nel 1769, grazie a un primo accordo con il Capitolo della Collegiata, la laica Confraternita di Santa Maria della Neve, istituita nel 1762, ottenne il permesso di poter edificare il proprio cimitero, o terra santa, che corrispondeva alla zona immediatamente dietro al coro, a destra di chi entra. Per consentirvi l’accesso, infatti, fu autorizzata dal Capitolo la costruzione di una scala di accesso dal vano del campanile fino al luogo detto delle Campane [Archivio storico della Collegiata, Conclusioni del 15 gennaio 1769 tra Capitolo e Confraternita di S. M. della Neve, articolo VII, busta L6]. La confraternita, all’epoca, aveva la sua sede ufficiale poco distante dalla Collegiata e, precisamente, in una piccola cappella della chiesa abbaziale di S. Maria di tutti i Santi all’estremità di strada Piccioli [cit. F. Migliaccio, Notizie Ecclesiastiche inedite dal 1268 al 1885 – 1939, copia in Archivio storico]. Il cappellone absidale della Collegiata non era ancora stato edificato; lo spiazzo avanti al Palazzo del Capitolo, già convento agostiniano, risultava programmaticamente idoneo ad accogliere la funzione cimiteriale, consentendo la suggestiva accensione dei lumi votivi in memoria dei consociati defunti. Il Capitolo, d’accordo col sodalizio, si riservò di scegliere un luogo nel detto cimitero per la sepoltura dei propri canonici. La terra santa funzionava esattamente attraverso un sistema combinato di fosse d’inumazione a rotazione. Intanto, a decorrere dal 1781, la Collegiata fu oggetto di un globale progetto di ristrutturazione, che, oltre a determinare la costruzione dell’abside, investì l’altare maggiore, il piano pavimentale, le aperture luce e i locali della sagrestia. La ristrutturazione comportò una nuova configurazione degli spazi, caratterizzata da un ambiente succorpo, sottostante alla poderosa struttura absidale. Probabile che il completamento dei lavori di rifacimento della struttura siano avvenuti nel 1789, quando, in relazione al processo di radicale rinnovamento, la reverenda Curia del Cappellano Maggiore e la Regia Camera di Santa Chiara ratificarono sia i nuovi statuti che il regio assenso, di cui la Collegiata era ancora priva.

Ricostruzione della Chiesa di S. Maria Ognissanti o Tutti i Santi
Ricostruzione della Chiesa di S. Maria Ognissanti o Tutti i Santi

La violenta eruzione vesuviana del 13 giugno del 1794 colpì duramente il territorio di Somma, provocando, tra l’altro, il crollo dell’abbazia di Santa Maria di tutti i Santi, che fino ad allora aveva ospitato la sede originaria della confraternita. Il collegio dei Canonici decise allora di assegnare gratuitamente il nuovo ipogeo sotterraneo al sodalizio, affinché i propri confratelli non vagassero erranti e affinché fosse aperto un più facile accesso alla sepoltura. Si decise di collocare così, sul pavimento del transetto della chiesa superiore, un chiusino per permettere l’accesso al sotterraneo a una condizione: che ai canonici fosse garantito [anche stavolta] un luogo di sepoltura più onorevole, e che la morte non separasse coloro che una stessa devozione aveva unito in vita. A distanza, quindi, di circa ben trent’anni dal precedente accordo del 1769, il Capitolo e la confraternita siglarono un nuovo patto, incentrato sulle disposizioni e sulle pratiche devozionali legate al tema della morte. Il pavimento del transetto, costituito da maioliche databili alla prima metà del XIX secolo, appariva originariamente delimitato da una fascia perimetrale con motivi a fiori stilizzati e finti marmi. Al centro si collocavano il chiusino cm. 127 x 230 e un grande elemento floreale, quest’ultimo parzialmente obliterato dal calpestio. Questa descrizione trova riscontro nella relazione ufficiale redatta dalla Soprintendenza alle Gallerie di Napoli [Catalogo generale 15/8778, 1975]. L’apparato decorativo del chiusino tombale, attualmente conservato nella cripta sotterranea, era caratterizzato da incisioni a graffito con i classici motivi iconografici dei teschi e delle tibie incrociate. L’esemplare reca un’iscrizione dedicatoria, sbiadita dal tempo in parte, di cui si propone la correzione filologica rispetto alla trascrizione conservata presso gli archivi della Soprintendenza. In tale sede, il trascrittore incorse in un errore di lettura (lapsus calami), registrando l’anno come MDCCXCIX (1799) in luogo del corretto MDCCXCIV (1794); l’anomalia è verosimilmente imputabile a un’erronea interpretazione del grafema “V”, scambiato per una “X” a causa dello stato di conservazione del supporto. Il trascrittore, inoltre, in relazione alla frase IBID. JUNII A. MDCCXCIX, da lui riportata nella scheda, scrisse ibid. (ibidem, ovvero “nello stesso luogo/tempo”) al posto di idib., rendendo la frase priva di senso logico ed epigrafico. Il termine corretto presente sulla lastra è quindi idib. Junii (Idibus), che corrispondeva nel calendario romano alle Idi di giugno, ossia il 13 giugno, in questo caso del 1794, data ufficiale della devastante eruzione.

AEDICULA REGII SODALITII

SUB TITULO SANCTAE MARIAE AD NIVES

VESUVIANA VASTETATE COLLAPSA

IDIB. JUNII A. MDCCXCIV

CANONICORUM COLLEGIO PLACUIT

HOCCE GRATIS ATTRIBUERE HYPOGAEUM

SUI NE SODALES ERRABUNDI VAGARENTUR

QUOQUE FACILIOR AD SEPULTURAM PATERET ADITUS

HEIC APERIRI PAVIMENTUM

EA LEGE

UT CANONICIS HONESTIOR DARETUR SEPULCHRI LOCUS

QUOSQUE INDIVISA CARITAS SOCIAVERAT VIVIS

HAUD SEJUNGERET DENATOS

IDQUE PUBLICIS CAUTUM EST TABULIS

(Trad: Essendo la piccola cappella del Regio Sodalizio sotto il titolo di Santa Maria della Neve crollata per la devastazione vesuviana alle Idi di Giugno dell’anno 1794, il Collegio dei Canonici decretò di assegnare gratuitamente questo ipogeo, affinché i propri sodali non vagassero erranti e affinché fosse aperto un più facile accesso alla sepoltura, [e decretò] che qui si aprisse il pavimento a questa condizione: che ai Canonici fosse data una più decorosa sepoltura e che coloro i quali un’indivisa carità aveva unito da vivi, la morte non separasse. E di ciò si è preso formale atto nei pubblici registri)

In tale succorpo la Confraternita di Santa Maria della Neve stabilì la nuova sede ufficiale, preservata inalterata fino ai giorni nostri, con un proprio altare ed una botola sepolcrale con il sottostante ossario, la cui conformazione strutturale risulta chiaramente leggibile attraverso un teschio con ossa incrociate (Fig. 4). Lungo le pareti laterali della cappella, inoltre, un fitto repertorio di epigrafi marmoree e lastre tombali tuttora documenta anche la memoria e il prestigio di illustri famiglie.

Bisogna ricordare agli attenti lettori che tra le opere di misericordia storicamente tenute in grande considerazione dalle confraternite, la sepoltura dei morti rivestiva un ruolo di primaria rilevanza sociale e devozionale. Gli statuti delle confraternite testimoniano una meticolosa codificazione rituale incentrata sulla gestione della morte, sul suffragio dell’anima e sulla sacralizzazione dell’evento funebre. Tale ufficio pietoso, finalizzato a garantire una dignitosa transizione ultraterrena soprattutto ai ceti meno abbienti, si mantenne radicato nel tessuto comunitario locale fino agli inizi del Novecento (Fig. 3).

fig. 3 – Corteo funebre (ricostruzione AI su disegno di Raffaele D’Avino)

Fino ad allora, ogni confraternita disponeva di un feretro comunitario, definito in gergo bara di andata e ritorno. Il defunto veniva adagiato all’interno di tale struttura per essere condotto al cimitero; una volta giunti, la salma veniva deposta nella sepoltura e il manufatto faceva ritorno alla congrega. Tale rituale a Somma si consolidò maggiormente a partire dal 5 dicembre del 1839, in concomitanza all’istituzione del civico camposanto. Storicamente, l’organizzazione dello spazio funerario rifletteva precise stratificazioni sociali: gli umili e i poveri membri delle confraternite, come abbiamo già sottolineato, venivano inumati e i resti collocati in botole comuni; mentre, il ceto nobiliare e notabile esercitava il diritto di sepoltura ad sanctos, opzionando tombe gentilizie ed erigendo cappelle di patronato familiare. La Confraternita di Santa Maria della Neve garantì il servizio di trasporto funebre dei propri consociati, avvalendosi di una bara regolamentare di proprietà sodale, ininterrottamente fino al 6 agosto del 1945. In tale data, previo rilascio della prescritta autorizzazione prefettizia, si celebrò l’ultimo accompagnamento esequiale in favore del defunto Salvatore Maiello fu Sabato [Archivio Storico Somma Vesuviana, Registro sepolture, anno 1945 – 1964]. Tale circostanza documentaria chiarisce inequivocabilmente la specifica funzione d’uso di quel cataletto/ bara da trasporto in quel luogo.

                             Fig. 4

Successivamente, questa secolare consuetudine assistenziale si concluse definitivamente il 31 dicembre del 1949, quando tale Romano Rosa fu l’ultima a beneficiare dell’accompagnamento della Confraternita del Santissimo Rosario sotto al campanile di san Domenico. Già il precedente Regio Decreto del 21 dicembre 1942, n. 1880, aveva stabilito la monopolizzazione comunale dei servizi di trasporto funebre per ragioni igienico-sanitarie, privando di fatto le confraternite della gestione diretta del trasporto fisico del cadavere. A Somma Vesuviana, invece, tale recepimento avvenne più tardi con la delibera di Giunta Comunale n° 176/1949 [ASCSV, Fondo Deliberazioni Giunta Municipale, vol. 26]. L’atto superò le forme tradizionali e frammentarie di trasporto funebre, affidando il primo servizio ufficiale a Mario Bellomunno (1904 – 1964). Questo passaggio segnò finalmente l’inizio di una gestione professionale e centralizzata del rito del commiato in città.

            Mario Bellomunno

Sotto il profilo tafonomico, i resti mortali del sacerdote evidenziano i chiari segni di un processo di mummificazione parziale (Fig. 5). Tale fenomeno conservativo ha arrestato la completa scheletrizzazione del corpo, impedendo la conseguente riduzione a resti ossei e la loro deposizione all’interno della botola sepolcrale. Tale stato di conservazione giustifica la scelta di mantenere il corpo del sacerdote all’interno della cassa funebre, a seguito della cessazione definitiva delle attività della confraternita. Tale fenomeno naturale, comunque, è scientificamente riconducibile alle specifiche condizioni microclimatiche, ad un ambiente spiccatamente xerofilo e da una costante ventilazione naturale. Sebbene non sia mai stata eseguita una datazione al radiocarbonio, rimane l’interrogativo di chi possa essere, al di là dello status religioso.

             fig. 5 – sacerdote mummificato (foto A. Angri)

Lo storico avv. Francesco Migliaccio riporta, nelle sue inedite Notizie Ecclesiastiche dal 1268 al 1885 – 1939, numerose inumazioni nel cimitero della Congrega di Santa Maria della Neve, tratte dai libri parrocchiali. Di seguito una lista di personalità che furono sepolti in quel luogo: 16 gennaio 1779, Rev. Canonico Don Matteo Maiello, figlio di Vincenzo di anni 75; 11 aprile 1789, il Canonico Domenico Ciccone di anni 78; il 21 dicembre 1791, il Rev. Canonico Don Nicola Cassano di anni 70; 14 giugno 1797, il Rev. Canonico Don Antonio Maiello di anni 66; il 1 ottobre 1800, il Canonico Orazio Alaia figlio di Antonio di anni 31; 31 marzo 1804,  Antonio Grauso, marito di Giuseppa Stefanile, di anni 40; 11 aprile 1804, Teresa Grauso, figlia del suddetto Antonio di anni 4; 1 agosto 1808, il Rev. Canonico Don Gennaro Vitagliano del fu Nicola, di anni 80; 27 luglio 1809, Vincenzo Vitolo, figlio di Tommaso, di anni 3; 15 gennaio 1815, il Canonico Agnello Tuorto, figlio di Pietro, di anni 43; 8 giugno 1815, il Rev. Vincenzo Sessa, Parroco di S. Croce, di anni 65 (morto di notte ammazzato); 28 marzo 1816, il Canonico d[on] Carmine de Felice, figlio di Giuseppe; 22 settembre 1818, Don Michele Vitagliano, Tesoriere della Collegiata e Curato della Parrocchia di San Giorgio.

L’elemento di copertura (coperchio) del feretro ligneo, rinvenuto all’interno del succorpo, presenta uno stato di conservazione discreto. Il manufatto mantiene la propria integrità strutturale complessiva, sebbene manchi del fondello. La struttura è solida e resistente, mentre forme, simboli e dettagli ornamentali ne sottolineano il carattere solenne. Una struttura esagonale particolarmente elaborata, caratterizzata da una forma allungata e rastremata, più ampia nella parte superiore e progressivamente più stretta verso i piedi. Presente un gancio di chiusura in ferro battuto con piastrina quadra a 4 viti a intaglio singolo (Fig. 6).

Fig. 6

Realizzata in legno d’abete, l’opera si distingue per un rigore formale privo di iscrizioni epigrafiche o di apparati decorativi di gusto barocco. Il programma iconografico, improntato alla sobrietà essenziale, si concentra su una croce latina innestata su una forma montuosa, chiaramente identificabile con il Golgota. Al di sotto del simbolo cristologico si colloca un motivo fitoformio a stella, rosetta geometrica a 11 raggi, configurato da undici petali lanceolati disposti a raggiera attorno a un disco centrale rilevato. Nell’arte funeraria e nell’iconografia cristiana, la stella raffigurata su sarcofagi o casse sepolcrali rappresenta la luce eterna, che guida l’anima del defunto verso la salvezza e la resurrezione.

fig. 7 – particolare del feretro

Il numero undici, invece, rappresenta il momento del passaggio, del transito mistico e del superamento della materia (Fig. 7). Sulle fasce laterali sono presenti lingue di fiamme, che rappresentano le fiamme purificatrici del Purgatorio. Richiamano, in certo senso, il ruolo della confraternita, nata proprio per pregare per il suffragio e la liberazione delle anime dei defunti. Epoca stimata tra la metà del XIX secolo il primo trentennio del XX secolo (circa 1850–1930). Certamente il coperchio ci restituisce indirettamente uno spaccato della vita religiosa e delle antiche pratiche funerarie della comunità sommese, attestando una preziosa testimonianza di archeologia funeraria popolare. Resta aperta ancora la domanda sulla identità del sacerdote: una risposta che solo nuove indagini documentarie e scientifiche potranno forse restituire alla memoria della comunità.

Alessandro Masulli
Alessandro Masulli
GIORNALISTA PUBBLICISTA

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