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Il dottore, che è nato a San Giuseppe Ves.no nel 1984, ha frequentato il Liceo Classico “A. Diaz” di Ottaviano, si è laureato in Medicina e si è specializzato in Malattie infettive presso l’Università “Federico II”: è membro, dall’ottobre 2019, del consiglio direttivo regionale campano della “Simit” (Società italiana malattie infettive e tropicali). Attualmente è Dirigente Medico presso l’ospedale “Cotugno” (Prima Divisione / Malattie infettive ad indirizzo neurologico). Meritano grande attenzione le riflessioni del dott. Maraolo sul sistema ospedaliero italiano e sul tema della “morte” nella società del nostro tempo.

 

 Dott. Maraolo, qual è il livello attuale dell’epidemia

“ In Italia “il peggio è sicuramente alle spalle, ma il coronavirus non è sparito. Circola a bassa endemia in larghe zone del Paese e, laddove si creano condizioni favorevoli, si possono accendere nuovi focolai. Fortunatamente, adesso il sistema sanitario è più preparato ad affrontarli.”.

Gli chiedo lumi sulle terapie più incisive adottate dal “Cotugnoe il dott.Maraolo mi dice che nella primissima fase l’ospedale napoletano ha condiviso “le raccomandazioni internazionali incentrate sull’ utilizzo di farmaci ad attività antivirale nati per altri scopi”. Una prima svolta è stata segnata “con l’introduzione negli schemi terapeutici dell’anticorpo monoclonale “tocilizumab”, un farmaco immunomodulante. Napoli è stata al centro dell’attenzione mediatico – scientifica mondiale visto che il primo protocollo registrato” sull’uso del farmaco contro la “Covid19” “è stato quello dell’Istituto “Pascale”, a cui il “Cotugno” ha aderito in qualità di principale nosocomio campano dedicato alla pandemia”. “..In effetti, si è visto come molti danni della “Covid19” siano dovuti più alla risposta del sistema immunitario al virus che all’azione diretta del patogeno. Sono comunque ancora in corso numerosi studi per definire il profilo ideale del paziente “covid19” “da trattare con “tocilizumab”. “Al “Cotugno” si è sperimentato anche il “remdesivir” originariamente progettato per “ebola” e che invece è divenuto il primo farmaco approvato specificamente contro il nuovo coronavirus, segnatamente per i casi di polmonite grave, da parte degli enti regolatori sia statunitensi che europei”.

Come la battaglia contro il virus ha influito sulla sua visione della vita e del ruolo che lei occupa nel sistema sociale?

“Il nostro sistema sanitario è fortemente ospedalo-centrico, con scarsa vocazione alla prevenzione, un forte focus sulla cronicità e un’organizzazione delle cure primarie molto debole in tante aree del Paese. Non bisogna poi dimenticare che l’Italia è purtroppo agli ultimi posti in Europa nelle classifiche di infection control e ai primi per la mortalità da infezioni ospedaliere legate a germi multiresistenti, quale riflesso di un’edilizia sanitaria antiquata e di un’organizzazione largamente subottimale nella prevenzione delle infezioni per scarsa cultura della prevenzione stessa e scarsa conoscenza del rischio infettivo. Nonostante queste sfavorevoli condizioni di partenza vi è stata una risposta straordinaria, talora propriamente eroica (si pensi alle aree della Bergamasca, del Lodigiano, del Cremasco), da parte del personale sanitario per contenere la pandemia.  Gli ospedali vanno dunque rinnovati nei loro impianti architettonici per adeguarsi agli standard più moderni, e vanno integrati in un sistema in cui vi sia un notevole rafforzamento dell’assistenza territoriale. Occorre dunque una rivoluzione copernicana come quella che avvenne nel XIX secolo: nell’epoca vittoriana nel Regno Unito che dominava il mondo, in pieno positivismo, si fu sul punto di abbandonare l’istituto ospedaliero. In ospedale si moriva frequentemente di setticemia, erisipela, cancrena (ulcere in decomposizione) e piemia (ascessi gonfi di pus). Gli studiosi dell’epoca notavano che si moriva molto di più dopo un intervento chirurgico in ospedale che non a casa: si parlava difatti di “ospedalismo”. La causa oggi ci appare ovvia: la larga diffusione dei germi per la scarsa pulizia degli ambienti e degli strumenti operatori in ambito nosocomiale. Le felici intuizioni di menti illuminate come quelle di Semmelweis, di Lister e di Pasteur, i quali avevano capito che c’era qualcosa che s trasmetteva da un ammalato all’altro, permisero la nascita della medicina e della chirurgia moderna”. Circa la mia visione della vita, la pandemia mi ha ricordato come la Natura, quasi nel senso leopardiano del termine, possa essere non tanto madre quanto “matrigna”, rivoltandosi contro la specie umana mediante uno strumento subdolo e invisibile quale un virus. Questa “rivolta” è stata in un certo senso inevitabile e rischia di ripetersi sempre più di frequente alla luce della crescita esponenziale della popolazione mondiale e della violazione di habitat prima incontaminati, portando così l’uomo sempre più a contatto con animali che sono potenziale fonte di patogeni. Inoltre, la pandemia mi ha vieppiù aperto gli occhi sul fatto che nelle moderne società, almeno quelle occidentali, vi è un rifiuto della morte. Fino a pochi decenni fa veniva derubricato quale tragico ma non anomalo “accidente della vita” il fatto che una persona, specialmente se fragile, potesse soccombere a un’affezione acuta respiratoria violenta. Stranamente, la classica influenza uccide circa 250-500 mila persone al mondo ogni anno, soprattutto anziani, eppure sembra non colpire l’immaginario collettivo, tanto che le percentuali di vaccinazione anti-influenzale sono sempre piuttosto basse. Invece è sembrato quasi osceno, in un contesto emergenziale in cui gli ospedali sono stati sovraccaricati dai casi di covid19, che i medici dovessero fare delle scelte come sul campo di battaglia, dando priorità a chi aveva più chance di sopravvivenza. Nemmeno in un modo ideale ci potrebbe essere la possibilità di curare tutti allo stesso tempo e allo stesso modo. Un’altra riflessione è legata al fatto che il nostro stile di vita attualmente ci porta a vivere molto più a lungo di solo pochi decenni fa; tuttavia, spesso molti anni di vita sono trascorsi con un peso notevole di comorbidità,condizione che aumenta a dismisura la suscettibilità a infezioni acute. Senza un rafforzamento della cultura della prevenzione (per diabete, malattie cardiovascolari, tumori) bisognerà accettare che la quota di popolazione esposta alle più gravi conseguenze di infezioni come quella da nuovo coronavirus aumenterà a dismisura.”.

Come il virus ha modificato vita e sentimenti dei contagiati?

L’esperienza dell’infezione da “sars-cov-2”è stata sicuramente unica nel suo genere. Per la prima volta in epoca contemporanea ospedali delle grandi città mondiali sono stati trasformati in lazzaretti ove il contatto con l’esterno era impossibile per i pazienti. Web e cellulari sono diventati le uniche finestre verso il mondo per ricevere un conforto da parenti e amici. Essere visitati e medicati da operatori sanitari sempre “bardati” è stato sicuramente straniante. Anche coloro che hanno avuto un decorso tutto sommato lieve sono usciti provati da quest’esperienza. Nel follow-up dei pazienti dimessi già da settimane molti ancora non sono tornati ad una vita pienamente normale, anche quando tutti gli esami risultano nella norma. Questo indica come profondamente abbia agito il virus: la malattia stessa ha costituito uno stress che necessiterà di molto tempo per essere smaltito.”.

Le parole del dott. Maraolo sono un documento assai significativo della sua sapienza e della sua humanitas. Di tutto, lo ringrazio.