Il “viaggio” di una giovane artista ottavianese attraverso un “genere” avvincente: il fumetto

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Angela Minichini  già è padrona, nella teoria e nella prassi, di quella “semantica del disegno” che è fondamentale per chi aspira a diventare autrice di fumetti. Profonde sono le sue riflessioni anche sulle tecniche del linguaggio e sulla necessità di sottolineare e di difendere l’identità specifica del genere, che non “scimmiotta” né il libro, né il cinema. I riferimenti alle pagine che Umberto Eco dedicò all’argomento.

 

Lei si chiama Angela Minichini, ha venticinque anni, e dopo una laurea in Lettere Classiche, “l’amore per il disegno – dice – e l’immaginazione che mi accompagnano da sempre mi hanno portato a iscrivermi alla sede di Napoli della Scuola Internazionale di Comics, dove studio tuttora nella speranza di entrare, un giorno, come autrice nel meraviglioso mondo in cui mi immergo da lettrice fin dalla tenera età.”. La disegnatrice c’è, e il livello è già alto: i disegni che corredano l’articolo dimostrano che Angela sa usare con naturalezza quelli che Umberto Eco definì “ i procedimenti di visualizzazione della metafora o della similitudine”. Il falco arciere nasce da un tratto realistico, ma la metafora viene nascosta abilmente nella corrispondenza delle forme “puntute”: la punta della freccia, il becco e gli artigli del rapace, le estremità dell’arco, la forma delle penne che compongono le ali. Ma, dopo aver a lungo osservato i particolari e l’insieme, non me la sento di dire che il “cecchino “ é solo immagine della rapacità: la metafora degli artigli deve confrontarsi con il bianco e il rosa, che sono i colori della moderazione e della pace. E l’antitesi è già, di per sé, una storia che il lettore “misura” attraverso la sua esperienza. Notevole è l’autoritratto, a metà foto, e per l’altra metà disegno. L’idea di Angela avvia un complesso gioco di interpretazione, crea la condizione di “suspense” che Eco considerava essenziale nel fumetto. A ben vedere, la metà disegnata non è un banale completamento della metà fotografata: Angela ha rappresentato nel modo più originale la complessa struttura della sua interiorità.

Nella fotografia ci sono calma e serenità: anche il rosso della chioma si “addolcisce” attraverso le sfumature e nella luce del cielo che fa da sfondo. Nella metà disegnata, invece, il rosso laccato dei capelli, il nero della camicia, lo sguardo reso più intenso e aggressivo dal disegno delle ciglia e delle sopracciglia – elegante disegno metaforico – e dai grafemi dello sfondo ci dicono che Angela non si fa sorprendere dall’ipocrisia che domina il mondo, e che è pronta ad  affrontarla con la parte guerriera del suo carattere e del suo temperamento: il “due” indicato dalle dita è uno di quei “preziosi elementi iconografici”  che “ disponendosi in una più ampia trama di convenzioni” costituiscono “un vero e proprio repertorio simbolico, così che si possa parlare di una semantica del fumetto” (U. Eco, “Apocalittici e integrati”, 1964).La personalità della disegnatrice è solida e coerente, ma possiede tutti i “modi” necessari per misurarsi con le molte e contraddittorie maschere della realtà quotidiana. Anche il doppio ritratto della ragazza dimostra allo stesso tempo l’abilità tecnica di Angela, e la duttilità dell’immaginazione: il suo “viaggio” all’interno dei misteri e delle categorie del genere ci dice che l’esploratrice è sapiente e appassionata. Mi ha colpito, durante il colloquio, una sua riflessione sull’uso ingannevole del verbo “leggere” quando viene riferito sia a un libro che a un fumetto: “ Le due azioni sono in realtà molto differenti: se una narrazione è condotta solo per mezzo di parole, per seguirla si attiveranno determinate aree del cervello; se, invece, la narrazione è condotta per mezzo di parole e immagini, le aree del cervello impegnate saranno per forza di cose altre.. il fumetto si è ritrovato un po’ relegato in quel limbo per cui non è abbastanza verboso per essere un libro serio e non ha neanche la stessa impressione visiva che invece ti dà un vero film ( e che un fumetto per sua natura non cerca neanche di dare), e finisce per essere visto come quell’ibrido scemo che cerca di scimmiottare un po’ l’uno e un po’ l’altro senza però darti nulla di concreto”.

E mi vien di pensare che  quell’immagine del fumetto “ibrido scemo” sia bastata ad Angela Minichini  per costruire un fumetto sull’infelice destino del fumetto. Si capisce che il “viaggio” della giovane ottavianese mira a raggiungere un obiettivo importante: sottolineare e difendere l’identità specifica del genere, ricordando a tutti che anche il “montaggio del fumetto non tende a risolvere una serie di inquadrature immobili in un flusso continuo, come nel film, ma realizza una sorta di continuità ideale attraverso una fattuale discontinuità. Il fumetto spezza il continuum in pochi elementi essenziali”( U.Eco, op. cit.): toccherà al lettore ricostruire, con l’immaginazione, quel “continuum”.“ Il fumetto-  dice Angela – è descrivibile come linguaggio stereotipato: sono gli stereotipi grafici e narrativi a permettere al lettore di orientarsi all’interno della storia, delle pagine, della pagina, delle vignette e della vignetta: ogni elemento, letto correttamente nel suo insieme e nel singolo, è fondamentale ai fini della narrazione e della comprensione di essa da parte del lettore.”.E’ un “viaggio” affascinante e difficile, quello di Angela Minichini: ma sono certo che la giovane artista raggiungerà tutti gli obiettivi, perché, come Ulisse,  è mossa dal desiderio sapiente di misurarsi e di misurare. E, soprattutto, ha, come diceva di Migliaro Luigi Crisconio, “l’arte del disegno nella mente e nella mano”.