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Il contributo di Mario Barra alla rubrica “Il Punto di Vista

In tutta onestà, frequento poco la Montagna. Ci vado non più di due, tre volte l’anno, per lo più nel periodo di inizio Primavera, quando a Somma ci sono le Feste dedicate alla Madonna di Castello. Non posso dire, quindi, di essere un testimone quotidiano dello stato in cui versa la Montagna e, più in particolare, la zona intorno al Santuario di Santa Maria a Castello. Nonostante questo (o magari proprio per questo), non faccio fatica a rendermi conto di quanto negli ultimi (parecchi) anni, la situazione sia andata peggiorando. Quando ero bambino negli anni 80, ricordo che si pensava alla zona di “Castello” come un posto “bello”, dove alla visita al Santuario si poteva associare qualche ora di svago nel verde, respirando un po’ di aria buona (quell’aria, si dice, apprezzata anche da storiche dinastie reali che hanno regnato su Napoli). Oggi francamente, credo sia diventato difficile poter guardare ancora quel luogo allo stesso modo (il confronto con zone simili di paesi limitrofi è, al momento, imbarazzante).

La zona è diventata purtroppo “di confine”, nell’accezione peggiore: una specie di quartiere periferico in salita, a cui si può prestare poca attenzione, perché, in fondo, a pochi interessa veramente. Ci sono alcuni spazi senza più cura, a partire da una piazzetta sfregiata negli anni passati da una mal riuscita operazione di arredo urbano che, nel mezzo, vi montò un belvedere in legno, dalla vita brevissima e finito per essere l’ennesimo simbolo di soldi pubblici non spesi adeguatamente (eufemismo).

C’è una timida pineta, mai veramente diventata un luogo che si possa considerare pulito e sicuro per passare qualche ora in pace e consumarvi un pasto all’aperto in tranquillità.  C’è la strada che gira attorno al costone (in alcuni punti malfermo) dove sorge il Santuario, una strada che ormai tutti identificano solo come il più conosciuto rifugio per coppiette, molte delle quali dimostrano di aver ancor meno rispetto del luogp per il modo in cui lo lasciano sporco.

C’è poi il sentiero sterrato da cui ci si incammina al Ciglio (la vetta del Monte Somma,) ancora più caro a chi come me fa parte di una Paranza ma che purtroppo è spesso uno dei posti più sfregiati dall’immondizia. C’è la stessa Montagna, con diverse problematicità idrogeologiche di cui forse non comprendiamo bene ancora la portata (e che meriterebbero un approfondimento a parte). C’è la strada principale che dal Centro porta a Santa Maria a Castello, con un destino sempre incerto tra marciapiedi che tendono progressivamente a scomparire e pali dell’illuminazione dall’aspetto malsicuro.

Restano alcuni ristoratori, che probabilmente debbono fronteggiare anche un cambiamento nei gusti delle persone e nel fatto che non si fanno più le “feste” di prima.  Qualche ristorante è anche fallito (da anni) e rimane a memoria dei tempi che furono (tempi, molto probabilmente, con qualche eccesso edilizio di troppo).

Resta, insomma, un patrimonio storico e naturalistico, oggi in crisi e che rischia seriamente di diventare (definitivamente, perché in certi momenti lo è già) una terra di nessuno.

Non sarà facile invertire la tendenza. Possiamo contare forse su poco, ma qualcosa di buono c’è. Anche se lentamente, io credo che la consapevolezza dell’importanza storica e culturale dei luoghi stia crescendo in molti, così come un sentimento di rispetto e conservazione verso la Montagna. Alcuni continuano a lasciare rifiuti, ma le Paranze del Monte Somma, ad esempio, hanno cominciato a mutare atteggiamenti, in passato, discutibili. Ogni anno le Paranze stesse organizzano una giornata di pulizia della Montagna e dei luoghi di Castello, in cui intervengono decine di volontari. Un luogo della Montagna “e Gavete”, non lontano da Santa Maria a Castello, è stato salvato (letteralmente, senza nessuna enfasi) da un gruppo di persone che ne ha fatto il posto in cui celebrare la propria giornata in onore di Santa Maria a Castello.  Un altro gruppo cura un angolo adiacente alla strada principale dove c’è una piccola bocciofila, diventata luogo di ritrovo per diverse persone. Qualche mese fa, alcune associazioni hanno organizzato un bellissimo evento, con l’intervento di studiosi accademici che hanno ricordato ai molti presenti la storia e l’importanza, tra gli altri, del Castello normanno-angioino che dà il nome alla località di cui parliamo.

E’ un processo lento e che forse, mi rendo conto, non incide ancora realmente sul comportamento della maggioranza delle persone. Però è un seme da coltivare e da cui ripartire. Bisogna che tutte le forze della città, quelle religiose, politiche, economiche, quelle (forse, soprattutto quelle) legate ad associazioni di cittadini e paranze, facciano in modo da unire e concentrare sforzi nella stessa direzione. Bisogna fare squadra (cosa culturalmente un po’ avversa a una qualche nostra mentalità locale). Qualche iniziativa in questa direzione so essere già in atto e, speriamo, possa trovare una realizzazione compiuta a breve.

Personalmente, nell’immediato, credo vada costruito un progetto condiviso e con una visione a lungo termine, nella quale il “Parco del Vesuvio” debba essere visto come l’istituzione fondamentale con cui cooperare. Leggo spesso (anche su questo giornale) di progetti di recupero di alcuni sentieri vesuviani, ma a Somma non si è visto ancora nulla. Bisogna fare in modo di tornare a guardare la zona di Castello come un posto bello in cui andare molto più spesso (è un invito che rivolgo a me stesso per primo) facendo possibilmente l’uso quanto più corretto e essenziale delle auto.

Nel principio di questa nuova visione, bisognerà tenere ferme le fondamentali regole di tutela del territorio e delle sue caratteristiche paesaggistiche, rimanendo intransigenti nel farle rispettare (come forse in passato non è accaduto sempre). E’ un compito difficile ma che, nella specificità dei ruoli e delle competenze di ognuno, dovrebbe essere per tutti un’irrinunciabile guida per il futuro.

                                                                     Mario Barra