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Il Palio di Somma Vesuviana per Ciro Raia: «Il Palio mette in palio la città».

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Lo storico e scrittore Raia e la sua visione di «un sogno d’insieme, comune, collettivo  un viatico per domani e per sempre e per dire che la resa senza combattere (con le idee, con le azioni, con l’intelletto) è appannaggio solo di chi non sa amare».

 

 

Somnium, una città che non si arrende Bel titolo! D’altra parte i titoli del Palio sono –ogni anno (ne cito qualcuno a memoria: Oltre le mura, Con negli occhi l’aurora, Luci nella notte, Raccontami un nuovo mattino)- sempre belli. Li pensano, li confezionano, li traducono dei giovani, che sono la parte migliore di Somma Vesuviana: la speranza, appunto, di (e in) una città che non si arrende.

Sognare è difficile e, quasi sempre, si ha paura di sognare. Perché si teme che i sogni siano solo tali o –cosa peggiore- che si possano davvero realizzare. Tutto sommato la calma dell’acqua cheta nasconde i microrganismi patogeni, trasmette l’illusione di una falsa calma, dona il raggiungimento di un equilibrio “che fa star bene”. Tanto, anche se consci di un endemico malessere, devono essere sempre gli altri a mettere mano a una trasformazione, a una vera rivoluzione (nel significato classico di mutamento delle anime e del tempo). Però, poi, dentro di sé si sta davvero male, si contano le occasioni perse, si misura il tempo passato insieme alla dimensione della mancata crescita sociale, culturale, politica. Che è crescita di comunità e in comunità.

Il palio di Somma, paradossalmente, mette in palio la stessa città (la offre come premio) e, quindi, la mette al palio (la divulga). E, perciò, ha necessità di renderla bella, di scavarne le bellezze, di difenderne le testimonianze, di progettare sentieri di speranza (di fiduciosa aspettativa di un beneficio, di realizzazione di quanto si desidera).

Col palio si può dire che si accende il futuro. Che non può vivere senza restituire la propria storia, ridonando il sangue dei sentimenti veri e l’amplificazione dell’anima, alle ville romane, ai castelli con le castellane, alle colonne e ai capitelli, alle madonne contadine, ai poeti vesuviani, ai portali dei palazzi, alle tradizioni di chi ci ha preceduto.

Non è operazione semplice. Necessita di intelligenza, partecipazione ed infinita passione (sopportazione, sofferenza fisica, emozione, desiderio intenso, esaltazione). Ma necessita, soprattutto, di cultura, un termine che – se riferito a un singolo- è sinonimo di educazione e conoscenze- ma che – se riferito a un popolo, a una comunità- è invece sinonimo di civiltà. Il passaggio è dal pensiero singolare al pensiero plurale, dall’esisto io con gli altri all’esistiamo noi! E, perché quest’ultimo passaggio sia efficace, bisogna che la cultura sia uguale a una coltivazione come quella della terra, come quella del contadino, che per ottenere frutti, si danna l’anima, si spacca la schiena, fa i calli alle mani, gode delle gemme, le protegge, le coccola, spesso, lacrima di gioia, di rabbia, di soddisfazione, di amore, di morte.

La generazione dei padri (figlia di una generazione, che aveva sconfitto le dittature) ha in gran parte fallito. Ha creato la Terra dei Fuochi, è affetta dall’anoressia delle idee ed è impastata con le scelte mediane, quelle di comodo, quelle di un colpo al cerchio e uno alla botte. La generazione dei padri, ancora oggi, amministra con respiro ansimante, centellina le scarse (e pessime) scelte di sviluppo e/o per incarichi di responsabilità soccombendo al peso elettorale, si restituisce miope alla sua città, non avendo la capacità di guardare non solo oltre ma anche dentro le mura. Insomma, alla generazione dei padri è assente la cultura, spesso quella singolare, sempre quella plurale. E manifesta questa carenza in ogni situazione ed in ogni ambiente: nel voto di scambio, nel voto di interesse, nella distruzione del paesaggio, nell’inquinamento dell’ambiente, nelle costruzioni abusive, nella filosofia giustificativa del chi te lo fa fare tanto non cambia niente. E, quindi, fa prevalere la resa, il somnium inteso solo come speranza illusiva!

Fortuna (e speranza) che in questa città c’è ancora chi si mette in palio, chi non guarda da dietro la finestra ma scende in piazza, chi non si parla addosso ma chiede il confronto, chi si sporca le mani ma perché sta impastando un progetto, sta realizzando un manufatto. Perché, come diceva don Primo Mazzolari, a che serve avere le mani pulite se poi si tengono in tasca?

   Fa proprio bene sognare senza aver paura che i sogni si avverino né che si considerino effimere aspirazioni. Un sogno d’insieme, comune, collettivo è un viatico per domani e per sempre e per dire che la resa senza combattere (con le idee, con le azioni, con l’intelletto) è appannaggio solo di chi non sa amare.

Ciro Raia

 

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