Un quadro e un racconto che sembrano pieni di luoghi comuni e poi si rivelano ricchi di motivi per la riflessione. La Vigilia è il giorno del movimento, il Natale è quello della quiete in cui il Bambino ci invita a guardare noi stessi e il mondo con coraggio e sincerità.
Hai voglia di ribellarti ai luoghi comuni e alle “cartoline”: il Natale napoletano resta una festa “pagana”, resta quello del Presepe, e forse in questa sua continuità risulta più mistico di quanto si pensi. Il Natale napoletano è una scena barocca: Sthendal notava che non c’è festa religiosa che a Napoli non si trasformi in “teatro”.
Nel quadro che Pacecco De Rosa dipinse tra il 1629 e il 1632 c’è un disordine in movimento: la spinta la dà il groviglio di rumorosi angioletti che, se mettessero piede a terra, sarebbero paffuti scugnizzi. A sinistra c’è il compiaciuto distacco di Giuseppe, amabilmente anziano come tradizione vuole, a destra arrivano i plebei, e l’ agnellone viene trattato dal pennello di Pacecco con la stessa dignità riservata al pastore che lo stringe con affetto. Gli zampognari sono gli antenati di quelli che duecento anni dopo vennero descritti da Mastriani: “pellegrini e mendici” che partono dai loro campi e, “viaggiando con tutti i disagi della povertà” arrivano a Napoli, e vanno in cerca di clienti “per tutti i dodici quartieri” della città.
Il drappello di figure dipinte da Pacecco è come se avesse già celebrato anche la Vigilia, che a Napoli, dice Mastriani, è “giorno di allegria, di affaccendamento, di capogiro, di cuccagna”, è un giorno tale che non si può descrivere, lo possono capire solo quelli che l’hanno vissuto. Ieri, giovedì 24, tutte le strade tra il Vesuvio e Nola, intasate di automobili, davano ragione al grande scrittore. E c’era chi in quel traffico snervante trovava qualcosa di buono, notava che erano anni che non si vedeva una confusione così, forse veramente l’economia si è rimessa in moto, e perciò sarà un buon Natale.
La vigilia è il giorno dell’attesa, “tutti sperano qualche cosa a Natale”, ed è la speranza di cose concrete, di fatti che possano cambiare il flusso dell’esistenza: il Bambino non nasce mai invano, la luce che Egli porta nel mondo è la luce dell’alba di un giorno che ciascuno riempie con i propri desideri, con i propri progetti.
E’ fatale che sia la festa del cibo: la tavola imbandita è un simbolo propizio di abbondanza e di buona salute: ieri c’era la fila davanti alla pasticcerie, come nella Napoli di Mastriani “Barbati e Lambiase “ erano “ gli eroi in fatto di dolci, è Zi’ Francesco a Santa Brigida “era “ il Nestore dei salami. Castelli di zucchero e fortezze di cioccolata sorgono alle porte di questi due Michelangeli della ghiottoneria napoletana; i bastioni di questi castelli sono tenerissimi e i denti vi si affondano con facilità e piacere”. Ma “il dì del Natale tutto sparisce, quasi per incanto, tutte le botteghe sono chiuse, tutto è nettezza e quiete”.
Mentre arrivano i pastori, gli zampognari e i curiosi, Il Bambino di Pacecco De Rosa cerca l’abbraccio della Madre che Lo contempla e Gli sorride: le braccia di Lei, il panno, la luce in cui il Neonato è immerso costruiscono una pausa nel ritmo festoso del quadro, sottolineano con vigore il primo dei silenziosi colloqui che si svolsero tra Maria e Gesù: in questa prospettiva, assume un forte rilievo il “contrasto” dell’appartarsi di Giuseppe, un “contrasto” di atteggiamenti e anche di toni cromatici. Il dettaglio ci spinge a rileggere il quadro: e nella rilettura il volto del pastore ci appare più malinconico che festoso, e l’ agnellone diventa ciò che deve essere in una Natività che si rispetti: il presagio del Sacrificio. E le altre figure, tra i riflessi dei toni argentei, “contrastati” dal rosso e dal blu della veste della Madonna, si allontanano ancora di più dal primo piano.
Il Natale è musica del silenzio, aveva ragione Mastriani: una musica che il ricordo dell’agitazione e del movimento del giorno prima segna con una nota di malinconia.
Il Natale è il giorno in cui il tempo atteso è già presente, e l’anno nuovo si avvicina, e incomincia a prendere corpo il timore che sia simile a quello che si sta concludendo. Il giorno di Natale, dopo il pranzo di mezzogiorno, il pomeriggio ha note opache: sarà lo stomaco, carico di cibo, sarà il fastidio improvviso procurato dalle chiacchiere, sarà il bisogno di riflettere e di fare qualche conto.
La Vigilia di Natale e il Natale sono i poli dialettici di un colloquio, difficile e aspro, che oggi giovani e meno giovani sviluppano con sé stessi, mentre davanti agli occhi scorrono le immagini di un anno che non è stato allegro. L’altra sera, nella selva delle auto ferme a piazza Garibaldi a Napoli – un caos immobile che non si riesce a descrivere – dai treni provenienti dal Nord sbarcavano file interminabili di giovani con valigia: la valigia del ritorno che dopo le feste sarà di nuovo la valigia della partenza. Nel quadro di Pacecco De Rosa le figure si muovono in cerchio, come a dire che la storia si ripete. Se fosse vero, per Napoli quei giovani con la valigia non sarebbero un buon segno. Pacecco ci ha avvertiti, portando in primo piano l’agnellone: sta a noi associarlo solo all’immagine della tavola imbandita, o anche a quella del Sacrificio, sta a noi leggere il Natale con sincerità e coraggio, e dire e dirci chiaramente che i giovani che se ne vanno sono la morte del Sud.
La Natività di Pacecco è un grande quadro, soprattutto per la sinfonia dei toni. E il movimento del Bambino è un’idea geniale, trasformata in un “pezzo” di pittura magistrale.






