Ci sono casi in cui la fonetica e il concerto dei suoni producono, accanto al significato primo delle parole, altri significati: è il “gioco” delle analogie e delle metafore in cui la nostra percezione si diverte a cimentarsi. Correda l’articolo un quadro di Ferdinando Botero, che nei volti inespressivi dei suoi personaggi si proponeva di rappresentare, talvolta, l “assenza” assoluta della partecipazione intellettiva e sentimentale: la condizione tipica di un “percuoco”.
Una sola è l’etimologia di “percuoco” e di “percoca”: nascono dal latino “praecoquum”, frutto che matura precocemente. “O percuoco è la pesca di polpa gialla maturata con una precocità troppo celere, e quindi composta da fibre la cui compattezza ha un che di legnoso. Insomma ‘o percuoco è maturato male, e perciò il termine indica, nella lingua vesuviana, anche lo stupido dichiarato, che porta scritto in faccia, e nei gesti, e nei movimenti, che è uno stupido, “nu percuoco”.Ma diamo uno sguardo ai giochi della fonetica. Il Vesuviano che pronuncia correttamente “percuoooco”, “vede”, sollecitato dai toni della voce, che l’immagine parte alta, “per…”, poi si riposa sul suono prolungato della “o”, infine discende sull’ultima sillaba: è la metafora visiva dello stupido che crede di aver capito tutto e poi si ammoscia e si svela. I percuochi, quelli veri, a tavola fanno la loro bella figura se li metti nel vino rosso: prendono vita. Già raccontai come nel “per’e palummo pompeiano” la polpa del percuoco si arrende a poco a poco, si apre alla virtù di questo vino che Luca Maroni definì, in modo mirabile, “morosa suadenza”. L’aggettivo evoca il rosso caldo delle more vesuviane, che permea, imbeve e, per così dire, “colora” nell’intimo la polpa del frutto, ma richiama alla mente anche un verbo latino connesso all’ idea della saggia lentezza, del ritardare calcolato. Insomma, un piccolo miracolo mediterraneo.
Un prodigio è la percoca, quella maturata al punto giusto: la polpa compatta e nello stesso tempo morbida; il colore ocra gialla sfavillante di riflessi vermigli; la rotondità che pare disegnata da un geniale artista e che permetteva ai napoletani e ai vesuviani di chiamare “percoche” il seno turgido di balie e di ben costrutte campagnole: ‘e percoche c’ ‘o pizzo. E’ impossibile che ‘e percoche nascano senza pizzo: lo dice anche la canzone di E. Murolo e E, A. Mario “ Tammurriata all’antica”, opportunamente citata da Silvestro Sannino, nel suo splendido libro sulla civiltà agricola vesuviana. E del resto, quando pronuncio “percòca”, la voce sale sulla “’o “ accentata e crea l’immagine di una punta, di un “pizzo”.
Il profumo della percoca si diffonde intenso, delicato, con variazioni improvvise su una base costante: e perciò la percoca si fa tagliare in parti diseguali, è come se orientasse la mano e il coltello, perché ci sono punti particolari da cui promana, liberato dalla lama, un aroma voluttuoso, incalzante, che forse ispirò a “Velardiniello” un verso mirabile “boccuccia de ‘no pierzeco apreturo”, bocca come una pesca precoce: ma la traduzione italiana non può rendere la fascinosa miscela di toni, di suoni e di timbri di “pierzeco apreturo”. Poi venne D’ Annunzio, “il cuor nel petto è come pesca intatta” e della pesca non si dimenticò Neruda, quando cercò le immagini che lo aiutassero a capire le origini e la natura del profumo della sua donna. La percoca perfetta vuole il vino bianco: sono solito immergere le fette nella falanghina , in una “giarla” a bocca larga, e di tanto in tanto le spingo, quelle parti, lentamente, fino in fondo, e poi, lentamente, le riporto su. I gesti e i tempi me li insegnò mio padre, che era sommese. E in ogni bicchiere c’è un pezzo di pesca, ad aspettare il vino. Un concerto di profumi: perfino i riflessi di tenue verde della falanghina si trasformano, nel profumo della pesca, da note di colore a note di odore: odore di erba fresca, di selva vergine. Assaporare le parti di percoca imbevute di falanghina è un incantesimo sinestetico, perché coinvolge, nell’immediatezza, tutti i sensi.
Ricorda Francesco D’ Ascoli che nel territorio orientale del Monte Somma erano diffuse, un tempo, le “perzeche misciorde”, “che maturavano a fine maggio. Gli intenditori affermavano che quelle erano le più gustose pesche del mondo. Il soprannome “misciorda”connotava la famiglia Del Giudice, che già nell’Ottocento vendeva vino e gestiva cantine a Napoli. Non so se la famiglia abbia preso il nome dal tipo di pesca, o se sia accaduto il contrario.



