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“Non siete dei bulli. Avete commesso il reato più grave, l’omicidio, per cui siete degli assassini. Assassini e vigliacchi. I “leoni” non siete voi. Il leone è stato Simone che ha combattuto contro la vostra prepotenza camorristica facendo ricorso alle sue conoscenze nelle arti marziali mentre voi eravate in tre e armati di coltelli: dovrete espiare pienamente le vostre colpe, in terra che al cospetto del Signore. Pentitevi, ma pentitevi realmente”. Tempi duri anzi, durissimi, per un’omelia funebre altrettanto dura. Ieri mattina il vescovo di Acerra non le ha certo mandate a dire ai tre giovanissimi che martedi sera hanno ucciso nel centro di Casalnuovo a colpi di coltello Simone Frascogna e che per poco non hanno ammazzato anche l’amico che era con lo studente diciannovenne, Gino Salamone. Durante l’omelia pronunciata nella chiesa dell’Annunziata Antonio Di Donna si è visto praticamente costretto da un contesto sempre più violento a usare il pugno duro. Al funerale il prelato non ha potuto fare a meno di chiedere giustizia esemplare davanti alla bara bianca del giovane ucciso a coltellate per motivi futili e assurdi, una lite automobilistica. Motivi che comunque sono stati alimentati da una mentalità criminale, da un’”educazione” ricevuta in un contesto di chiara impronta camorristica. Parole molto dure dicevamo, ai limiti del cattolicamente corretto. Frasi dette davanti a una famiglia annientata dal dolore. Poco dopo l’intervento di Di Donna, la mamma di Simone, Natascia Lipari, è stata ancora una volta molto chiara. “Sono la mamma di Simone e non li perdono”, ha puntualizzato dal pulpito. Tra le tante centinaia di persone assiepate, tutte con la mascherina al volto, dentro e fuori la chiesa c’erano anche i familiari di Gaetano Barbuto Ferraiuolo, il ventunenne che, ancora una volta per un litigio nato da un contrasto automobilistico, è stato gambizzato ed ha perso entrambe le gambe, nelle strade di Sant’Antimo, il 20 settembre.