Il Ferragosto ci offre una visione del futuro…

0
8

Grazie alla decisione del buon dio degli Israeliti che il settimo giorno si riposò, abbiamo potuto gustare il momento più bello della fatica umana, quando essa s’interrompe e lascia tutto come sospeso e immobile.

Gli dei romani avevano deciso, invece, che il lavoro, almeno quello materiale, fosse destinato solo agli schiavi o ad alcuni strati sociali; per il resto, patrizi, intellettuali e compagnia bella,  potevano godersi il settimo giorno tutta la vita.

Ora per chi non possiede nemmeno un minuto libero ed è sempre lì a fare riunioni o per chi si appresta al peso a volte insopportabile delle attività può essere piacevole pensare al lavoro alla stregua dei nostri avi, ma per chi il lavoro non ce l’ha e lo cerca disperatamente o lo perde dopo averlo cercato diventa problematico immaginare una sosta ritemprante.

Il lavoro ci appartiene come fattore di costruzione civile, ma deve coinvolgere l’intero sistema e questo è un traguardo non proprio vicino.

Il Ferragosto, invece, mette d’accordo tutti, perché ferma il ritmo del tempo usato e non rappresenta una semplice pausa dal lavoro quotidiano, ma ci offre una visione del futuro.

Possiamo dire quasi che esso introduce nel flusso della storia il concetto di speranza, in quanto possiamo immaginare un orizzonte nel quale mangiare gli spaghetti o fare una semplice passeggiata, senza orologio, sia considerato una liberazione rispetto alla necessità di calcolare anche in quelle circostanze il ricavo o la perdita.

In fondo al Ferragosto siamo affezionati perché non lo percepiamo come un premio, ma come l’anticipo di una festa che prima o poi verrà e alla quale siamo disponibili a dare credito.

Inoltre non proviamo in questi giorni la soddisfazione utilitaristica che ci viene dal pensare all’interruzione lavorativa come qualcosa che abbia uno scopo. Siamo lontano mille miglia dal riposarci perché ci fa bene o perché ce lo ha consigliato il consulente yoga o perché le amiche del condominio potranno riunirsi per gustare l’indipendenza, che da lì all’ora di cena avrà un certo valore psicologico.

Non siamo presi dall’ansia di divertirci, né indotti a mostrarci superfelici perché ce lo impone la pubblicità o addirittura a chiedere un finanziamento pur di essere alla pari del nostro collega, il quale può permettersi una vacanza all’ultimo grido.

Ferragosto aiuta la maggior parte di noi a ripensare ad un’altra identità umana, quella che non ha a che fare con la competizione,  con la lotta ad essere più in vista, con il grado di abbronzatura misurato al millesimo.

Ci suggerisce un’identità semplice: riprenderci il senso della vita, che poi non ha nessun senso se non quello di lasciarsi andare all’umano in noi. E a stare con qualche amico all’ombra, mentre il vento leggero muove le foglie, senza che noi muoviamo un dito. Finalmente inutili.