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Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.” Questa sembra essere la frase più significativa perché la nostra esistenza abbia un senso, una motivazione per cui essere bella e segna di essere vissuta. Gesù pronuncia queste parole nel contesto della sua passione, poche ore prima di essere arrestato: egli stesso metterà in pratica questo ultimo insegnamento dato ai suoi discepoli. Dare la vita è un verbo che esprime non solo interesse, ma pre-occupazione per le sorti e le difficoltà degli altri; è un verbo che dispiega l’amore verso gli altri, quel dono di sé che si esprime nel fondamento cristiano come prima regola del vivere insieme.

Dare la vita significa nel contempo essere responsabili della vita e della salvaguardia di tutti e, mai come in questo tempo, questa frase evangelica è raccontata dai gesti di coloro che stanno sacrificando la vita per il bene di tutti.

Dare la vita significa esprimere in pienezza la propria libertà che non deve tradursi in una semplice possibilità di agire come si vuole, ma in capacità di condivisione del proprio essere nel mondo “per qualcuno”.

Oggi, ad un anno dall’inizio della pandemia, siamo tutti stanchi, provati, abbiamo bisogno di ossigenarci con una normalità graduale, ma come poter declinare il consiglio evangelico del donarsi con questa nuova fase delle graduali aperture?

Basta osservare le nostre città per renderci conto che questa dimensione sembra essere del tutto assente. Rispettare le disposizioni sanitarie non è solo un obbligo di legge, ma è capacità nostra di prenderci cura di tutti, soprattutto della salute dei più fragili e dei più deboli. La cultura del “prendersi cura” sta cedendo sempre più il terreno ad un libertinismo misto a menefreghismo che allarma, non tanto per il rischio dell’aumento dei contagi, ma perché sgretola l’intera nostra cultura fondata sui valori del cristianesimo e, di conseguenza, anche nel Dare la vita, cioè nella custodia degli altri.

Indossare la mascherina non è solo un modo per proteggersi, ma è anche un messaggio rassicurante per l’altro che mi incontra, perché in esso si cela la responsabilità verso tutti; tenere le distanze non è solo un rimedio per evitare la diffusione del contagio, ma un segno di maturità civile e umana, perché è la convivenza pacifica la base del nostro stare insieme.

Il dato pandemico ci mostra in realtà una proliferazione di un virus più pericoloso del covid: la mancanza di cultura. Questa incapacità di tradurre in stile di vita un insegnamento trasmesso dalle precedenti generazioni crea una crasi tra la nostra paventata modernità e un tempo passato in cui questi valori universali erano condivisi e rispettati da tutti.

Per questo, il vangelo, l’insegnamento di Gesù, non è solo una lezioncina di catechismo disincarnato dalla vita, ma un monito per tutti noi battezzati perché riconosciamo in queste pagine la nostra vita, la nostra cultura, la nostra civiltà. Nel vangelo si riscopre quanto oggi noi dobbiamo camminare per diventare una società equa e giusta, responsabile e solidale; non possiamo proprio ora tirarci indietro. Non possiamo lasciare spazio all’inciviltà e all’egoismo; dobbiamo accompagnare le giovani generazioni in questa graduale crescita di responsabilità. Per fare questo, occorre che noi adulti, noi responsabili della vita pubblica e religiosa, impariamo ad essere innanzitutto testimoni credibili e fruitori di questa attenzione e cura verso tutti.

Tutti siamo amici, perché tutti condividiamo questa terra. Tutti siamo responsabili perché l’altro mi interessa. Tutti dobbiamo ancora maturare una vera e piena coscienza di custodia. Non bastano le devozioni e le visite alla chiese per essere cristiani, serve innanzitutto uno stile e una cultura tanto desiderata da Gesù: dare la vita per guadagnarne il senso e vivere piuttosto che sopravvivere.

(fonte foto:l’Adige)