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Ottaviano è tornata, per un momento, al centro della cronaca: dopo aver letto, visto e ascoltato, ho ritenuto opportuno pubblicare una pagina del mio libro “Le pietre, il fuoco, la cenere” (2004), dedicata a un tema che mi ha sempre affascinato: gli Ottajanesi e l’arte della “dissimulazione”, l’arte di nascondere ciò che si è e ciò che si sa, l’arte di vedere tutto e di far credere che non si sia visto niente.

 

La signoria dei Medici durò trecento anni. Ottajano fu un loro feudo, anche dopo che i feudi furono cancellati per decreto, anche dopo la partenza frettolosa dei Borbone e l’arrivo dei Piemontesi. Nessuna città della provincia di Napoli ha goduto di una signoria così implacabilmente duratura e tenace, così tetragona ai rivolgimenti e alle rivoluzioni, salda come uno scoglio sui flutti degli eventi grandi e piccoli. Gli Eletti del ‘600 e del ‘700, i sindaci borbonici e quelli dell’Italia unita furono clienti, o agenti, o amici della famiglia. Senza eccezione: anzi, con un paio di finte eccezioni. Sapevano i Medici che ogni tanto conviene ai potenti far credere che la loro potenza sia incrinata, un poco, non più di un poco: gli eccessi, dell’uno e dell’altro segno, provocano l’ira e la vendetta degli dei. Finché i Medici durarono, gli Ottajanesi  ne ebbero rispetto e paura. Ma quando l’albero si disseccò, li dimenticarono: e consentirono che il Palazzo andasse in rovina, e le loro tombe venissero spogliate. Non ombra, non parola. Avendo promosso la nascita e la crescita, intorno agli interessi del Palazzo, di un cospicuo ceto togato – “mastrodatti”, notai, “razionali”, avvocati, ma anche agrimensori e ingegneri –, i  Medici fecero sì che i “parlamenti”, i consigli comunali, di Ottajano fossero, fin dalla prima metà del ‘600, teatro di un’attività politica di alto livello, e che alcuni deputati e consiglieri comunali, sapendo di latino e di diritto, di letteratura e di teologia, riuscissero, almeno nell’ufficialità dei discorsi, a contrabbandare per  pubblica utilità i privati interessi. La dichiarazione d’ amore  per la giustizia, l’integrità e il bene di tutti è, da quattro secoli, il più comune dei luoghi comuni dell’oratoria politica ottavianese: i lupi più rapaci hanno fatto sempre professione di disinteresse, e tanto più insistentemente e platealmente, quanto più insaziabile era la loro fame. Non si contano gli architetti, gli ingegneri e gli avvocati che hanno dichiarato e giurato di aver lavorato gratuitamente per il Comune: e l’ingrato Comune non ne eterna i nomi in tavole di marmo o di bronzo, come si fa per i caduti in guerra. I Medici hanno codificato due arcana imperii che il tempo non ha corroso: primo: i veri potenti non scendono nella lizza politica che in casi eccezionali, per battaglie risolutive; di solito fanno combattere clienti e vassalli; secondo: bisogna tenere i piedi in tutte le staffe, e non tagliarsi mai i ponti alle spalle. Michele de’ Medici, penultimo principe di Ottajano e duca di Miranda, si degnò di farsi eleggere consigliere comunale, e scegliere come assessore, e  promuovere a sostituto del sindaco “ assente ” quando capì che facevano sul serio le autorità centrali nel chiedere che si mettesse ordine negli archivi, e soprattutto tra le carte delle proprietà comunali. Era il 1864. Michele prese sulle sue spalle la croce del riordino dell’  Archivio Comunale di Ottaviano e,  esclusa “ ogni ingerenza di persona che non fosse nostra”-  annunciò, infine, trionfante, ai colleghi consiglieri che carte pandette e codicilli erano stati  ordinati, e messi in salvo; solo, non si erano trovati, nonostante le meticolose ricerche,  né “ la platea delle proprietà comunali ”, né  “ i titoli per compilarla  ”. E da allora nessuno ha più cercato i fastidiosi scartafacci: anche oggi nessuno potrebbe dire con esattezza quali sono le proprietà del Comune di Ottaviano. Le carte sistemate dal Medici furono da me trovate dieci anni fa, nel chiostro del Municipio, in uno sgabuzzino lercio e buio, sotto un cumulo di varia immondizia. Ho tirato fuori i fasci e le cartelle, che aspettano che qualcuno li sistemi da qualche parte: dentro vi è la storia quotidiana della nostra città dal 1770 ad oggi. La storia ha indotto gli Ottavianesi a vedere il loro mondo come una piramide. Al vertice, il Grande Vecchio: ora il principe, ora una famiglia o una consorteria di famiglie. In un sistema del genere l’avvicendamento avveniva per eredità, per cooptazione, o per quei salti che seguono alle variazioni improvvise della fortuna. Anche le eccezioni sembrano una banale conferma della regola a questo popolo di scettici incalliti che hanno assistito a molte partite truccate, in cui l’arbitro era anche giocatore, e hanno sempre sospettato che le decisioni importanti venissero prese non nei luoghi delle istituzioni, ma  là  ‘ncoppa o là basso, in case private a monte o a valle. Il carattere degli Ottavianesi porta, negli strati profondi, il segno della simulazione e del suo perfezionamento, la dissimulazione. Prima si impara a simulare, a mostrarsi per quello che non si è, poi si fa pratica  nel dissimulare, a nascondere quello che si è e quello che si sa. Credere, a torto a ragione, nell’esistenza dei Grandi Vecchi comporta il sospetto  che dovunque si annidino  spie e delatori, confidenti e cultori pazienti della lettera anonima, perpetuo flagello della vita sociale della nostra città. Torquato Accetto, J. F. Senault e M. Cureau de la Chambre, i grandi teorici della “dissimulazione”, se ci avessero conosciuti per tempo, ci avrebbero dedicato molta attenzione e  più di una pagina. Nel 1848 Ferdinando II, dopo aver concesso la Costituzione, ordinò al Ministro di Polizia di fargli sapere quale era stata la reazione dei cittadini nei Comuni più importanti. Il Giudice Regio di Ottajano scrisse al ministro che, sebbene avesse interrogato i suoi amici, sebbene avesse sguinzagliato gli informatori nelle piazze e nelle taverne, e perfino nelle chiese, non era riuscito ad avere notizie precise su come gli Ottajanesi giudicavano la decisione del re.