Quando, lentamente, si mosse la “macchina” giudiziaria che doveva giudicare la banda del brigante Vincenzo Barone, Serafina Cappelli si sottrasse al fastidio di andare dal giudice con un metodo che “chi può “ ha usato spesso in passato e talvolta, dicono i giornali, usa anche oggi. Le indagini e i processi contro i briganti sono una prova concreta del fatto che “la storia è sempre la stessa”. La vicenda giudiziaria di Ambrogio Caracciolo di Torchiarolo. Correda l’articolo “La donna con ventaglio” di E. Tofano.
I “briganti di Somma contestarono spesso le decisioni di Vincenzo Barone: il loro punto di riferimento era Cipriano La Gala. Quando si seppe che tra giugno e luglio 1861, in venti giorni, Cipriano aveva saccheggiato Migliano, Moschiano e due volte Visciano, Alfonso Aliperta, il “Malacciso”, sommese, propose a Barone di invadere Sant’ Anastasia. Ma Barone rispose che la “comitiva” non era ancora pronta per una impresa così rischiosa, e respinse, irritato, il suggerimento del “Malacciso” di chiedere aiuto a Cipriano, che negli ultimi giorni di luglio era accampato a Cancello. Cipriano aveva “accoliti e spie” in tutto il Vesuviano interno: e di un suo agente di Pollena, Gaetano Ascione, si servirono due “compagni” di Barone, Vincenzo Vecchione, anche lui di Pollena, e Michele Ceriello, detto “Michelone”, per inviare un biglietto estorsivo alla marchesa Serafina Cappelli. I “doppiogiochisti” informarono i magistrati napoletani, che avevano aperto, con una lentezza che non ci meraviglia, le indagini sulle “comitive” del Vesuviano, sui “manutengoli” e sui protettori. La Cappelli, convocata dal giudice istruttore, confermò di aver consegnato ad Ascione 50 ducati: gli atti ci dicono che il giudice, che non era curioso e forse amava farsi i fatti suoi, non rivolse altre domande alla nobildonna. Invece, il giudice che lo sostituì poco dopo nella conduzione delle indagini era “nu traseticcio”, “nu ‘mpaccisso”, come diciamo a Ottaviano: insomma, voleva sapere perché la marchesa non aveva denunciato gli estorsori e se c’erano state, prima e dopo, altre “regalie”. E la convocò, di nuovo, nel suo ufficio.
La nobildonna, irritata, giustamente, dalla maleducazione di questo giudice pettegolo, inviò immediatamente un certificato medico, in cui il “dottor fisico” Bartolomeo Siciliani attestava che la Cappelli era da sei giorni affetta da una seria “febbre reumatica, che le impedisce di uscir dal letto”. Controfirmò il documento il Vice Presidente del Consiglio Superiore della Sanità. Il giudice impiccione lesse, capì non solo quello che era scritto nel certificato, ma anche quello che era sottinteso, e non diede più fastidio alla nobildonna. Già nel gennaio del 1861 la Polizia controllava, attraverso gli “informatori”, Ambrogio Caracciolo di Torchiarolo, poiché dalla sua “casina di Trocchia” era uscito più volte Raffaele Ottajano, detto “Cannavella”, di Sant’Anastasia, noto amico di Barone. Raffaele Ottajano e Gennaro Ottajano “Castiello”fornivano il vino alla “comitiva”, Vincenzo Paduano “Campagna” procurava la farina, il barbiere Gioacchino De Vivo comunicava ogni giorno notizie sugli umori e sulle “chiacchiere” della gente e Pasquale Scarpati “Vammana” procurava le armi ai briganti, e, contemporaneamente, forniva informazioni sulla banda alla camorra di Portici e del Ponte della Maddalena e alla polizia. La perizia delle lettere trovate addosso a Barone e ad alcuni suoi “fidi”, per esempio Raffaele e Lorenzo Maiello, dal giudice del mandamento Michele Fusco venne affidata al cancelliere Francesco Torres e a Feliciano Lapolla, entrambi residenti a Somma. E le lettere incastrarono – avrebbero dovuto incastrare – Ambrogio Caracciolo di Torchiarolo, perché un “viglietto” trovato addosso a Barone dimostrò che il Caracciolo aveva mentito ai carabinieri nel giugno del 1861, quando aveva dichiarato di non aver riconosciuto il capo – era proprio Vincenzo Barone – di una banda di uomini armati di fucili e di mazze che si erano presentati, a tarda sera, nella villa di Trocchia e avevano avuto da lui 48 ducati. La polizia sapeva anche che, dopo la morte di Barone, un “villano ignoto” aveva consegnato al Caracciolo un biglietto di Domenico Piccirillo che chiedeva 60 ducati. E tuttavia nell’aprile del 1865 il conte Ambrogio Caracciolo di Torchiarolo, fu Settimio, di anni 38, “proprietario”, alla Prima Corte d’ Assise Straordinaria, chiamata a giudicare 15 compagni di Barone, si presentò non come imputato, ma come “querelante”: erano passati quattro anni dalla morte del brigante anastasiano, qualche carta era andata perduta, e all’avvocato non fu difficile dimostrare a giudici incaricati di colpire in basso e non in alto che il conte era stato solo una vittima della violenza dei briganti. E tuttavia il Presidente rammentò al Caracciolo l’obbligo di dire “tutta la verità” e il cancelliere sul suo verbale trascrisse quel “tutta la verità” con un tratto di penna così incisivo e corposo che ha resistito al tempo, e ancora si nota: fu un caso ? O il cancelliere volle farci capire che, a parer suo, il conte non avrebbe dovuto accomodarsi nel banco dei “querelanti”, ma nel banco di fronte? I misteri delle carte.

