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Grazie a “Villa Dora” rivive a Terzigno un altro mito della civiltà vesuviana: i cosmetici al vino rosso del Vesuvio

Dopo aver contribuito in modo significativo a ricostruire la storia meravigliosa dei vini e dell’olio del Vesuvio, “Villa Dora”, l’azienda della famiglia Ambrosio con sede a Terzigno, lancia una linea di prodotti cosmetici capaci di trasmettere alla pelle e alle membra la luce, l’elasticità e la misura di bellezza del Forgiato, il vino rosso dell’azienda, vanto della viticultura campana.

I profumi, a cui la Roma repubblicana e perfino Cicerone fecero una guerra ostinata, trionfarono durante l’età imperiale: un grammo di “balsamo della Giudea” arrivò a costare quanto guadagnava un operaio in due giorni di lavoro, e nel 301 l’imperatore Diocleziano venne costretto a emanare un editto che bloccava i prezzi delle essenze più rare e ricercate: lo zafferano arabo, la mirra, il nardo, l’olio di rosa, l’iris. Sostenne il Faure che i Romani prediligevano profumi intensi, con un bouquet di toni dolcemente speziati, in grado di attirare anche l’attenzione di coloro che erano, dice Plinio, “in tutt’altro affaccendati”.Ma anche per i profumi la perfezione stava “nel mezzo”, nella misura della “giusta fragranza”: le donne che usavano “odori” troppo intensi, si esponevano, dice Marziale, a insinuazioni e a sospetti: insomma mettevano a repentaglio il loro buon nome.

Ovviamente i profumi di Roma antica avevano la consistenza delle creme e degli unguenti, tanto che i profumieri si chiamavano “unguentari”, mentre i “pigmentari” corrispondevano ai nostri erboristi. Le essenze venivano fissate su una sostanza grassa, capace di conservarne i caratteri: l’olio di oliva, e l’olio di mandorla e di sesamo venivano usati come basi per i profumi più costosi, ma talvolta, per la loro densità, e per l’incompetenza dei profumieri, rovinano alcune essenze troppo tenui, come quelle fornite dalle rose. Nell’ultimo secolo prima di Cristo gli “artisti” greci adottarono una nuova tecnica: usarono, al posto degli oli tradizionali, gli “omphacia”, e cioè i succhi acerbi ricavati dalle olive e dall’uva non ancora mature: l’”agresto”e l’asciutta limpidezza di questi “eccipienti” facevano sì che si conservassero intatti anche i “caratteri” delle essenze più delicate. E’ probabile che la tecnica messa a punto dai Greci sia stata adottata, per la prima volta in Italia, proprio ai piedi del Vesuvio, e che i torchi e le macine delle ville in cui si producevano vini e olio di grande pregio abbiano incominciato a macinare anche gli “omphacia”. E’ certo che Pompei fu, con Capua, un centro importante dell’industria dei profumi: lo dimostrano gli Amorini profumieri, protagonisti di un celebre dipinto della Casa dei Vettii: “una sequenza su fondo nero” – scrisse Stella Cervasio – “di angioletti pagani che mettono i fiori sotto la pressa, macerano e mescolano, fino ad arrivare, come in un fumetto, a una distinta signora che si annusa il polso per saggiare la riuscita dell’estratto”. Ci sono dei gesti che fermano il tempo.

L’industria pompeiana dei profumi coinvolgeva anche i venditori di lupini: i lupini erano un ingrediente indispensabile per quelle creme con cui le donne pompeiane si spalmavano il volto per proteggerlo dall’insidia delle rughe. A loro volta le creme dovevano essere protette dall’insidia della luce: perciò venivano lavorate con una tecnica particolare e si conservavano in costosi vasi d’alabastro. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

Due notizie tratte dall’archivio della napoletana Camera di Commercio ci inducono a ritenere che nell’ultimo decennio dell’Ottocento i succhi e i mosti delle uve vesuviane siano tornati di moda nell’ industria della cosmesi, perché vennero impiegati nella produzione di saponi da due importanti ditte napoletane, la “Genevois Felice e Figli”, che aveva sede alla Salita dell’Olivella, e la “Zempt Frères”, che lavorava profumi e saponi a via Roma e a Via Calabritto.

I vini e l’olio di “Villa Dora” dimostrano, con la loro eccellenza e con il rispetto filologico dei principi della tradizione, che l’attività dell’azienda di Terzigno si inquadra non solo nella dimensione dell’economia, ma anche nella prospettiva dell’attività culturale, perché la famiglia Ambrosio mira, con i suoi prodotti, a ricostruire e a tutelare i cardini della civiltà del Vesuvio. Era scritto, perciò, che Francesca Ambrosio disegnasse e realizzasse una linea cosmetica al vino rosso, coniugando in una raffinata serie di saponi e di creme le tecniche, l’esperienza e i valori culturali che costituiscono il prezioso patrimonio dell’azienda di famiglia. Fanno parte di questa linea saponette naturali, uno stick protettivo per le labbra all’olio di vinaccioli, all’olio di albicocca, all’olio extravergine di oliva, creme fluide per le mani e per il corpo e una crema per le rughe del viso : nelle creme il vino rosso serve a contrastare efficacemente l’azione dannosa dello smog, dell’inquinamento e delle radiazioni solari. Ma in tutti i prodotti della linea il vino contribuisce a rendere più luminosa la pelle e più elastiche le membra: se pensiamo che il vino di cui si parla è il Forgiato, un prodigio che “Villa Dora” ha donato alla storia della viticultura vesuviana e campana, allora ci è subito chiaro che “luminosità”e “elasticità”  sono non i soliti argomenti pubblicitari, ma valori autentici che fanno parte di una storia vera e meravigliosa.

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