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E’ l’8 maggio:  San Michele non “esce” e perciò ancora più forte è il Suo invito a meditare sui drammi della nostra città. I “luoghi di forza” nella cultura religiosa degli antichi e nel Cristianesimo. Napoli e l’esoterismo, Iside, Dioniso, Ermes e Mitra. Virgilio Mago. Il Vesuvio “luogo” di energia malefica nella dottrina dei teologi del ‘600. Sec. XVII, a Ottajano: il culto delle reliquie dei Santi, l’opera della principessa Diana Caracciolo e dell’ ottajanese Tiberio Guastaferro, grande predicatore dei Girolamini. .

 

I popoli che abitavano, nell’antichità, le rive del Mediterraneo condivisero il culto per la Terra Madre, chiamandola, ovviamente, con nomi diversi, e furono tutti persuasi che ci fossero dei luoghi particolari, i “luoghi di forza”, da cui quella Dea potente e terribile sprigionava energie che erano positive, ma che le colpe degli uomini, soprattutto la mancanza di “misura”, e l’ira degli dei potevano trasformare in influssi malefici. Gli antichi costruirono i loro templi presso questi “luoghi”, individuati da sacerdoti dotati di virtù particolari, e capaci di parlare con gli dei nel sonno, attraverso quel rito dell’“incubazione” che poi venne collegato anche al culto di San Michele, sia in Asia Minore che sul Gargano. I Cristiani costruirono le loro chiese sulle rovine dei templi pagani, per servirsi del patrimonio prezioso non solo di pietre, muri, archi e colonne, ma anche delle “virtù” del “luogo”, come dice chiaramente Gregorio di Tours, quando racconta la fondazione delle chiese cristiane nella Gallia merovingia del sec.VI. Napoli divenne un centro importante di questa cultura esoterica, perché, vi confluirono, fin dall’antichità, le “conoscenze” degli Egizi che erano numerosi in città – i riti di Iside dea della Luna – , quelle dei “misteri” di Ermes e di Dioniso, di cui danno testimonianza gli affreschi pompeiani, e il culto di Mitra, il misterioso dio delle grotte. Nel Medioevo l’esoterismo trasformò perfino Virgilio in un mago e ne fece il Protettore di Napoli e fondatore di quella Scuola Alchemica che il principe di San Severo poi  “colorò” con la scienza e con l’arte. Il Vesuvio completò l’opera, perché, a partire dall’eruzione del 1631, le sue lave divennero, per concorde opinione dei teologi, il segno dell’ira di Dio, le “piaghe” che la Giustizia divina infliggeva agli uomini corrotti dalla voluttà del peccato. Per due secoli la storia di Ottajano si intrecciò con quella, “demoniaca”, delle eruzioni vesuviane, e la città venne visitata, benedetta, esorcizzata dai predicatori a cui la Chiesa aveva affidato il compito di opporsi agli influssi malefici che venivano su dalle “carcave” e dagli alvei del territorio.

Nel 1660 il gesuita Athanasius Kircher, che il Pontefice aveva autorizzato a studiare “la magia orientale”, mandò a Ottajano Giovanni Rho, “Provinciale dei Gesuiti napoletani”, a informarsi   sul “fenomeno” delle croci “ che erano apparse sui panni bianchi “ e che Carlo Calà e i Domenicani avevano giudicato “segnali” dell’ira di Dio contro i peccatori Vesuviani. Nel 1668 vennero a “tenere missione” a Ottajano i gesuiti Francesco De Geronimo, che divenne Santo, e Martinez, Marquez e Mangrella, tutti esperti nel predicare i “disinganni”: per tre volte uscirono “ a notte inoltrata per le vie con l’immagine del Crocifisso e alcuni lumi, e in diversi posti cantavano”, esortando i peccatori a liberarsi dall’”inganno” del piacere dei peccati e a confessarsi pubblicamente:  un sacerdote “che aveva ucciso  un collega ebbe il perdono dai suoi fratelli e alcuni ecclesiastici si liberarono del fango degli scandali in cui erano immersi”. E ancora nel ’700 i Carmelitani inviarono a Ottajano i loro studiosi di “dottrine malefiche” e i vescovi di Nola presero gravi provvedimenti per combattere la nefasta presenza di santoni e di “fattucchiare”.

Gli Ottajanesi, a cui già Longobardi e Bizantini avevano fatto conoscere i poteri di San Michele, dopo l’eruzione del 1631 lo scelsero come Patrono, gli consacrarono le “grotte” della Montagna e una chiesa costruita certamente sui resti di un tempio pagano, forse dedicato a Castore e a Polluce, e gli chiesero di essere difesi da Lui contro la furia diabolica del Vesuvio e contro le pratiche infernali di maghi e di streghe. Questo carisma nella seconda metà del ‘600 venne attribuito dai teologi e dal popolo Vesuviano anche alla Madonna del Carmine e alla Madonna dell’Arco. Nel 1659 vennero portate a Ottajano  reliquie della Croce di Cristo. Diana Caracciolo, moglie di Ottaviano de’ Medici e madre di Giuseppe I, che è stato senza dubbio il più grande dei principi di Ottajano, volle che la Chiesa del Rosario, che i Medici avevano scelto come sepolcro della famiglia, custodisse molte e importanti reliquie, a protezione dell’intera città. E così nel 1660  l’ottajanese Tiberio Guastaferro, il più importante predicatore dei Girolamini, consegnò ad Ambrogio Di Capua, vicario del Convento del Ss. Rosario, un “bauglietto di vetro”, che portava “il suggello di cera rossa et arme del Cardinale”, in cui erano conservate “alcune reliquie di diversi Santi, e tra queste anche “ossa di San Vincenzo, come decretò la Corte Nolana”, e come fedelmente registrò il notaio ottajanese Carlo Annunziata. Da quel momento tutte le chiese di Ottajano e le cappelle di tutte le congreghe ebbero un “tesoro” di reliquie di santi: e l’argomento merita di essere trattato a parte.

E’ l’ 8 maggio. In questo momento drammatico della storia nostra San Michele non “esce”  in processione. Non viene “portato” nemmeno sulla soglia della chiesa, a guardare la Sua Ottaviano. Ma tutti gli Ottavianesi sanno che ci sta guardando dall’alto, che ci difende dall’epidemia, che ci ordina di meditare, in silenzio, sul tragico destino di un Uomo generoso e solare che è morto sul lavoro. Per il lavoro.