CONDIVIDI

Oggi per Frazioni musicali vi proponiamo degli aneddoti e delle curiosità su alcuni grandi autori che hanno fatto la storia della musica italiana, nei racconti di uno dei più celebri discografici: Vincenzo Micocci.

L’incontro di Rino con la IT non era stato quello che può definirsi un colpo di fulmine tra artista e casa discografica. L’attività delle etichette discografiche s’incentrava su un ascolto continuo, come ricorda Vincenzo Micocci nel libro Rino Gaetano live di Emanuele Di Marco: “Giornate e giornate assorbite da provini di masse di giovani con continue selezioni per separare dal marasma musicale qualche proposta credibile”.

“Allora non c’era la cultura del nastro registrato da inviare alle case discografiche” spiega Luciano Ciccaglioni, chitarrista che ha collaborato a cinque dei sei LP di Rino Gaetano. “I ragazzi arrivavano con la loro chitarra e si mettevano a cantare. Poi, per analizzare le opere, era necessario registrare. E quindi, inevitabilmente, dalla mattina alla sera si registrava”.

“I primi tempi in cui Rino stava alla IT – ricorda Bruno Franceschelli – un giorno gli proposero di occuparsi dei giovani che venivano alla casa discografica per far sentire le loro canzoni. Mi ricordo che Rino venne e mi disse che gli avevano proposto questa specie di lavoro impiegatizio”.

Tra i nastri che continuavano ad accumularsi c’erano anche quelli di Rino. Nella sua voce e nel suo stile musicale insolitamente creativo c’era qualcosa di diverso. Di originale. Qualcosa che convinse la IT a richiedere un colloquio professionale con il ventitreenne Rino per cercare di incanalare la sua energia in un discorso musicale definito, come quello della realizzazione di un LP. Rino però era solo sé stesso. Incarnava uno che i suoi amici di strada e i suoi collaboratori in sala di registrazione non esitano tutt’oggi a definire proletario. Un proletario sincero.

Con questo dovette fare i conti Vincenzo Micocci quando Rino si sedette di fronte a lui per discutere dell’incisione del suo primo disco, Ingresso libero. “L’inizio con Rino fu molto stentato (ricorda Vincenzo Micocci), perché lui si presentava più con i suoi spigoli che altro. Conobbi Rino con questi suoi aspetti spigolosi, come quelli che risultarono poi dal suo primo disco, in cui parlava di operai e ferrovieri. Rino mi sembrò il primo cantautore proletario nel senso in cui lo intendeva Pier Paolo Pasolini. Perché altri, in fondo, come De Gregori, erano degli aristocratici”.

Una volta fu lo stesso Rino a confidare, un po’ per gioco, un po’ seriamente, la sua opinione sul collega Francesco De Gregori, alla fine di un’intervista con la rivista specializzata Ciao 2001, nel maggio del 1976, prendendo spunto dalla citazione di alcuni versi di un brano del suo secondo disco Mio fratello è figlio unico. Il brano era La zappa, il tridente, il rastrello, la forca, l’aratro, il falcetto, il crivello, la vanga, in cui Rino ricordò l’ingresso, nel salotto della contessa, del “giovane e bello, divo e poeta, con un principio di intossicazione aziendale, fatturato lordo e la classifica che sale, il resto lo trova naif”. “Il quale poeta, sia detto tra noi (concluse Rino) è poi De Gregori“.

“Anche cantautori come Gino Paoli e Sergio Endrigo (continua Vincenzo Micocci) venivano da un’estrazione borghese, compreso Luigi Tenco. Tutti i suoi testi erano in fondo delle canzoni d’amore. Cosi come Giorgio Gaber. Rino Gaetano no. Lui veniva dal Sud, era emigrato. Le sue origini erano umili e i suoi modi di essere e di esprimersi erano quelli di un proletario. Era una persona educatissima, molto più di altri suoi colleghi, e anche di forte umanità”.

“Tanto per fare un esempio, lui aveva molte amiche, donne che si può dire facessero un po’ la vita. Nonostante ciò, erano proprio sue amiche. Loro si confidavano con lui e lui parlava con loro, anche per delle ore. Queste donne lo idolatravano. Quando facemmo una cena per presentare Rino che doveva andare a Sanremo nel 1978, in cui furono invitati tutti i dirigenti della distribuzione, della RCA e altri ancora, Rino invitò tre delle sue amiche. Con loro il maschio era rivalutato in quanto tale e non era questo un sintomo d’inferiorità. Lui le trattava come se fossero state delle Madame Pompadour, sia dal punto di vista della venerazione che del rispetto”.