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Settanta anni fa moriva Raffaele Viviviani, uno dei Maestri del teatro, e non solo di quello napoletano, e poeta finissimo. La sua Napoli “recita a levare”, e cioè non attraverso i luoghi comuni del sole che splende sempre e del popolo che si nutre di canti e di gioia ininterrotta, ma attraverso i silenzi e la muta sofferenza. Non a caso i protagonisti di uno splendido “atto unico” sono dei suonatori ciechi.  Una nota di Paliotti su Pasquariello.

 

 

E chi ve po’ scurdà’ / uocchie c’arraggiunate / senza parlà

 

Ci sono due Napoli, diceva Domenico Rea: una “recita a mettere”: è la Napoli del barocco che tracima, degli stereotipi impastati con la luce, con le lacrime, anche con i sospiri, che abbiano però un timbro tenorile; l’altra è la “Napoli che recita a levare”, che è un esercizio di stile non meno difficile e complesso, anche perché il lessico essenziale e la sintassi scarna non chiamano immediatamente l’applauso. Il maestro della maniera a levare è Viviani: è lui che ha dimostrato, per primo, che anche il realismo sgrassato e smagrito è una maniera. Una maniera che non meno dell’altra può produrre esiti fantastici, da suscitare l’invidia dei più allupati artefici del baroccheggiare  . Prendiamo l’atto unico La musica dei ciechi . Nella luce calda del Borgo Marinari, davanti al mare sfavillante, cinque suonatori, tutti ciechi e tutti dignitosamente miserabili, suonano per i passanti musiche di vario genere, anche di Franz Lehar, mentre Don Alfonso, che fa da accompagnatore e da impresario – anche lui è cieco di un occhio – tende il piattino degli oboli ai buoni di cuore. Nannina, moglie di Ferdinando il contrabbassista, si apparta con Don Alfonso per chiedergli un prestito, un ostricaro che ha il suo banco lì vicino avverte il marito: Prufesso’, arapite ll’uocchie, e il cieco contrabbassista ribatte, amaro, è ‘na parola. Il lessico della lingua napoletana è ricco di metafore connesse all’idea del vedere , e Viviani, sfruttando la cosa fino in fondo e con finezza, condisce di paradossi alcune battute messe in bocca ai ciechi. Persuaso dalle parole dell’ostricaro che Nannina gli faccia le corna, Ferdinando recita una scena di gelosia, abbandona il gruppo, si mette a cantare e a suonare da solo: intona  Ch’ella mi creda, dalla Fanciulla del West  di Puccini, ma non ce la fa a portare a termine l’impresa, e perciò passa a  Pusilleco addiruso , che non è adatta né alla sua voce, né al suo spirito: il cappello, poggiato a terra per ricevere gli oboli, resta vuoto. E allora egli, sentendosi perso, chiama in aiuto la moglie, e l’autore dispone che Nannina accorra da lui con grande amore  e gli dica, con amarezza. Ferdina’, Ferdina’, chi vuoi che me guarda a mme? Tu fai chesto pecché nun me saie.. Ferdina’ io so’ brutta. . Lunga pausa, avverte l’autore. Viviani ha rovesciato sistematicamente tutti i fondamentali stereotipi dell’altra Napoli: la luce, ‘a vista ‘e ll’uocchie, il canto e la musica consolatori.  La retorica della Napoli a levare vuole che le pause e i silenzi contino più delle parole, anche perché chiacchiere e tabbacchère ‘e legno, ‘o Banco ‘e  Napule nun ne ‘mpegna. Le scene più importanti di Eduardo e i saggi più strepitosi dell’arte di Totò e di Peppino sono costruiti su questo principio, e di conseguenza non trascurano l’altro principio, e cioè che il corpo impone la sua legge ai sentimenti. L’ostricaro spione e passaguai chiede a Ferdinando come fa un cieco ad accorgersi ca scura notte, che sono scese le tenebre, e Ferdinando gli spiega che è lo stomaco che li avverte, quanno ‘a panza se fa sentì, vo’ di’ ca è scurato notte. E’ la stessa forza che in Miseria e Nobiltà spinge Totò a riempirsi di spaghetti le tasche e i disoccupati della  Festa di Piedigrotta  di Viviani a cantare  che, se a Napoli ci fosse la ciminiera  di una fabbrica, fumerebbe solo per cuocere pasta e fasule.

La retorica del levare pare che riduca il canto a prosa: ma è un gioco di specchi, perché nella realtà accade esattamente il contrario: è la prosa che si eleva al canto. Anche Gennaro Pasquariello non era bello: ma lo diventava, garantisce Vittorio Paliotti, non appena incominciava a cantare. E quando gli si paravano dinanzi note per cui la sua voce non era attrezzata, piuttosto che abbandonarsi a virtuosismi, si rifugiava onestamente nel parlato, e anche il parlato come per sortilegio diventava canto. Prima ancora che cantare, Pasquariello narrava, e narrava, appunto, con un filo di voce. Questa Napoli altra ha ispirato ad Alfredo Falconi Fieni una delle immagini più belle della poesia napoletana messa in musica: E chi ve po’ scurdà’ / uocchie c’arraggiunate / senza parlà. L’ arraggiunare di questi occhi non è l’italiano ragionare: è dire tutto con un solo lungo sguardo, attraverso le variazioni della sua luce: è dirlo ad un altro sguardo, che è capace di capire, perché già sa, ma vuole sentire di nuovo quello che sa.

La maniera del levare privilegia il procedimento stilistico della negazione, la retorica del non. Mastriani è il primo scrittore della Napoli del non : nel vico Zappari, presso l’ Arco del Pendino, egli ha  messo  una stanza che aveva il cesso, ma non la cucina, il carbonio ma non l’aria, la notte ma non il giorno. I miserabili di Mastriani non hanno né nome, né cognome, ma solo il soprannome. Nun tene cielo ‘ a vedè né terra ‘a cammenà