ACERRA – Ancora un rogo in uno dei beni simbolo del “tesoro Pellini”, l’enorme patrimonio confiscato ai tre fratelli condannati per disastro ambientale. L’ultimo episodio è stato scoperto quasi per caso dall’attivista Alessandro Cannavacciuolo, durante un sopralluogo in località Lenza Schiavone.
Ciò che ha trovato è stato un paesaggio devastato: l’ex sito di compostaggio, un tempo usato per produrre fertilizzanti da rifiuti organici, presentava tre diversi focolai, troppo distanti per far pensare a un’origine accidentale. Le fiamme hanno divorato alberi, abbattuto tratti di recinzione e distrutto due strutture in ferro e vetroresina.
Questo bene, come decine di altri tra aziende, abitazioni di lusso, terreni e persino elicotteri, rientra in un maxi-sequestro da circa 220 milioni di euro effettuato dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Si tratta di proprietà accumulate – secondo l’accusa – grazie allo smaltimento illecito di rifiuti tossici provenienti anche dal Nord Italia.
Il rogo di Lenza Schiavone è il quarto in quattro anni ai danni di beni confiscati alla stessa famiglia: nel 2024 un incendio distrusse gli uffici dell’eliporto, l’anno precedente bruciò l’ingresso di un condominio nel centro di Acerra e nel 2021 un uliveto e le attrezzature di un agriturismo storico vennero ridotti in cenere. Quest’ultima struttura, risalente al Settecento, oggi versa in stato di abbandono, preda di ladri e vandali.
Nell’ultimo episodio, stando alle ricostruzioni di ambientalisti locali, nessun intervento sarebbe stato effettuato tempestivamente: a fermare le fiamme ci ha pensato soltanto il maltempo.
Sul fronte giudiziario, la partita è ancora aperta: dopo la prescrizione che aveva annullato la confisca del 2017, la Dda ha nuovamente sequestrato il patrimonio. La sentenza di primo grado è attesa per novembre, e potrebbe sancire la sorte definitiva dei beni dei fratelli Pellini.



