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Dickens in Italia: da Genova a Napoli. Il “ritratto” a tinte nere di una città devastata dalla povertà, abitata da una “plebe” di mendicanti. Il gioco del Lotto, una scena che pare “teatro”, e le ragioni che spingono lo scrittore a “vedere” soprattutto la miseria di Napoli. L’ascesa al cratere del Vesuvio coperto di neve. Si parte da Resina. La descrizione della “gita”, degna di un grande scrittore, rispettoso della verità.

 

Nel 1844, quando viene in Italia, Charles Dickens ha già scritto l’ “Oliver Twist” e il “Nicholas Nickleby”. Il trentaduenne scrittore è costretto ad allontanarsi dall’Inghilterra perché il pubblico e la critica non hanno accolto bene né il libro in cui egli ha descritto il suo viaggio in America, né il romanzo “Martin Chuzzlewit”,  ritratto impietoso dell’ipocrisia e dell’egoismo di una parte importante della società inglese. Dickens si stabilisce a Genova, e da qui si muove a visitare le più importanti città italiane. Nel gennaio del ’45 va a Roma, e il 9 febbraio, con la moglie Kate e con una cognata, viene a Napoli, in carrozza. Nelle sue “gite” per l’ Italia – che egli racconta poi nel diario di viaggio “Italian Pictures” –Dickens si propone di dedicare la sua attenzione non tanto ai capolavori e ai monumenti dell’arte, “sepolti sotto la montagna delle dissertazioni ad essi dedicate, ma alle gente, che egli intende studiare con l’occhio dell’osservatore imparziale. A Napoli – vi soggiorna dal 10 al 26 febbraio, alloggiando all’ Hotel Vittoria-  si lascia innanzitutto affascinare dalla strada, vero e proprio teatro all’aria aperta, ricco di tipi e figure che la sua penna sa “fermare” sulla carta con la maestria del virtuoso.Il “ritratto” che lo scrittore fa della città nelle lettere all’amico John Foster  è disegnato con le tinte più nere: “La vita per le strade non è pittoresca e insolita neanche la metà di quanto i nostri sapientoni giramondo amino farci credere. Che cosa non darei perché solo tu potessi vedere i lazzaroni come sono in realtà: meri animali, avanzi di spaventapasseri. Napoli è  una città di mendicanti e borsaioli, in cui il popolino si droga e si rovina giocando al Lotto. E proprio il Lotto è al centro di una scena che pare inventata, ma sicuramente è vera :“Mi raccontarono la storia di un cavallo imbizzarrito che ad un angolo di strada aveva scaraventato giù un uomo, lasciandolo moribondo. Il cavallo era a sua volta inseguito da un uomo che procedeva a velocità tale che si trovò sul luogo della disgrazia immediatamente dopo che questa si era verificata. Costui si gettò in ginocchio presso lo sfortunato cavaliere e gli afferrò la mano e con l’espressione più afflitta di questo mondo disse: “ Se vi resta un fiato di voce, ditemi, per amor di Dio, quanti anni avete, affinché io possa giocarmi questo numero al lotto”.

Ma sotto il ritratto impietoso della città si avverte la speranza dello scrittore che il popolo napoletano possa ribellarsi alla tirannia dei Borbone e sappia riscattarsi. Alle quattro del pomeriggio del 21 febbraio Dickens, con molti altri “turisti”, inizia l’escursione sul Vesuvio, dal lato di Resina: il programma prevede che vedranno “il chiaro di luna dalla cima “ e torneranno indietro a mezzanotte. Il “capo guida” si chiama Salvatore e come segno di riconoscimento porta una fascetta d’ oro sul cappello; le “sottoguide” sono trenta, otto vanno avanti con le lettighe e i cavallucci sellati, le altre “chiedono l’elemosina”. Dickens scrive che non potrà mai dimenticare lo spettacolo del tramonto sul vulcano, “quando la luce rossa impallidisce e la notte avanza”, e “l’ineffabile solennità e la tristezza” dei dirupi e delle antiche lave coperti di neve. I portatori delle lettighe si fanno coraggio con “l’abituale parola d’ordine”: “Forza, amico. Lo si fa per i maccaroni”. I “turisti” giungono, dopo una pericolosa e faticosa marcia a piedi, presso un “cratere spento”, e lo scrittore si chiede quali parole possano descrivere “l’orrore e la grandezza della scena”, e l’incantevole panorama di Napoli lontana e del golfo. I “turisti” arrivano a fatica alla vetta del Vesuvio, al cratere attivo: alcuni, e tra essi anche Dickens, riescono ad arrampicarsi fino all’orlo, e “a guardare, per un attimo, nell’inferno di fuoco bollente sotto di noi”. Avvolti dal fumo e dai vapori dello zolfo, “ci sentiamo proprio confusi e storditi come ubriachi”, mentre i vestiti bruciano “in una mezza dozzina di punti”. La discesa è ancora più pericolosa, per l’insidia del ghiaccio: i “turisti” si muovono in fila tenendosi per mano, e le guide reggono le signore “per le sottane, per impedire che cadano in avanti.”. E tuttavia due uomini e un ragazzo inciampano e “rotolano giù a capofitto per tutto il pendio del cono”. Per fortuna, li salva proprio la neve, che ha coperto e reso “innocui” i macigni appuntiti e affilati . Il ragazzo viene curato nell’ Eremo, dove tutti i “turisti” consumano “un allegro pasto, davanti a un fuoco ardente”. Infine, a notte inoltrata, essi montano a cavallo e raggiungono la casa del “capo guida”, da dove erano partiti. Li aspettano e li salutano “con grandi acclamazioni” tutti gli abitanti di Resina: erano preoccupati perché il componente di una comitiva di francesi che era salita sul Vesuvio contemporaneamente al gruppo di Dickens era rovinosamente caduto e stava “disteso sulla paglia della stalla  dell’Eremo con un arto spezzato, pallido come un morto, tra dolori atroci e si dava per scontato che a noi fosse toccato di peggio”.

“Perciò “ben tornati e il Cielo sia lodato”, come dice di tutto cuore l’amico vetturino, che ci ha accompagnato per tutta la strada da Pisa. E via, con i suoi cavalli già pronti, verso Napoli addormentata.”.