E un conte osò aprire una bisca a Napoli senza il permesso degli Ottajanesi……

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No, non erano gli anni di Raffaele Cutolo. La spettacolare “spedizione punitiva” contro i padroni della bisca la condusse Giuseppe I Medici, forse il più grande dei principi di Ottajano, protagonista della storia napoletana nella seconda metà del ‘600. Di lui G. B. Vico scrisse che era eccezionale non solo nei vizi, che non erano pochi, ma anche nei “pregi” che erano molti. Giuseppe I Medici, che sapeva usare la spada, la violenza, la giustizia e la poesia, fu anche Reggente della Gran Corte della Vicaria, il “ministero della Giustizia” del ViceRegno retto dagli Spagnoli ( immagine in appendice). Il Palazzo Medici venne costruito su “un luogo di forza”, da cui la Natura sprigiona misteriose energie, capaci di esercitare strane influenze sulle persone. L’immagine di corredo è quella del quadro “I bari” di Caravaggio.

 

 

Ogni volta che leggo che il Palazzo Medici, tolto a Cutolo e assegnato al Comune di Ottaviano, è un “luogo” simbolo della legalità vittoriosa, mi ricordo di Giuseppe I Medici, che fu il più grande, nel bene e nel male, dei principi di Ottajano, come cercherò di dimostrare nel libro che ho intenzione di scrivere sulla Ottajano del ‘600: le famiglie, i mestieri, l’economia, la politica. Giuseppe I Medici aveva 26 anni, ma già era un famoso spadaccino, quando  il 3 aprile 1662  partecipò a un duello all’arma bianca tra nobili calabresi e nobili napoletani, chiamati a risolvere una disputa che si era accesa tra il calabrese principe di Cariati e il napoletano Marcello Lettieri, principe della Petra, per il possesso di una “cagnola“, di una cagnetta. Il duello fu al “primo sangue“: vinsero i napoletani. Ma alcuni giorni dopo alcuni degli sconfitti, Giovanni De Gennaro, Ramiro Ravaschieri, che apparteneva a una famiglia di principi e di conti, e gli Spinelli, tesero un agguato al Lettieri e, sebbene egli fosse in compagnia dei figlioletti, gli scaricarono addosso le loro pistole e lo ferirono gravemente. Napoli fu disgustata da tanta viltà: ce stevano ‘e piccerille.. Il 9 giugno De Gennaro e Ravaschieri fecero affiggere per tutta Napoli cartelli di sfida contro chiunque considerasse spregevole il loro comportamento: il luogo dell’appuntamento era piazzetta Nilo, davanti alla casa da gioco di Tommaso Guindazzo, capitano di cavalleria e padrone di una vasta masseria là dove oggi c’è Guindazzi. Tra l’altro, questa casa da gioco il Guindazzo, il Ravaschieri e il De Gennaro l’avevano aperta senza informare il principe di Ottajano, che padrone del palazzo a Materdei, considerava suo diritto “baronale” esercitare il controllo sull’intero quartiere, fino a San Domenico e a piazzetta Nilo. Dunque, quei tre “scostumati” meritavano una lezione. La mattina del 10 giugno Giuseppe Medici e il suo “compariello“ Carlo Piccolomini del Vallo si presentarono in piazzetta Nilo e a gran voce chiamarono gli sfidanti, che erano asserragliati nella casa da gioco protetti da un folto gruppo di “bravi“. De Gennaro si affacciò, vide che i due giovanotti erano soli, e che erano armati non di spada, ma di “volpino“, il nervo di bue usato dai mandriani. Il Medici era venuto a oltraggiarli: siete delle bestie, e da bestie vi trattiamo, il vostro sangue non è degno di macchiare le nostre spade. Gli sfidanti decisero di scendere in piazza, con la scorta dei “bravi“: ma, osservando più attentamente, notarono che tutt’intorno alla piazza c’era una densa corona di mendicanti: da dove erano usciti? Non ne avevano mai visti tanti, nemmeno davanti alla vicina chiesa del Gesù. E avevano tutti “cère” terribili e ghigni minacciosi. Erano i “bravi“ ottajanesi del Medici, che si erano vestiti con le lunghe palandrane di chi viveva di elemosina, per nascondervi non pane e companatico, ma coltelli, spade e pistole. Guindazzo,De Gennaro e Ravaschieri risalirono precipitosamente nella bisca. “Nessuno a Nilo rispose al Piccolomini e al Medici” dicono le cronache del tempo. Ed è lecito supporre che la casa da gioco sia rimasta chiusa a lungo. Quando gli feci leggere gli atti di questa e di altre “guapparie” del principe e degli Ottajanesi, il prof. Francesco D’Ascoli, dopo aver a lungo meditato, disse che avevo il dovere di studiare e di raccontare quali inclinazioni buone e quali impulsi cattivi i Medici hanno trasmesso al “carattere” degli Ottavianesi.  Purtroppo non feci in tempo a dirgli  che il Palazzo Medici era stato costruito su un “luogo di forza”, un luogo da cui la Natura sprigiona misteriose energie, capaci di esercitare sulle persone che entrano in contatto con esse  ora effetti benefici, ora influenze nefaste. Si racconta che Luigi de’ Medici, grande politico, astuto dissimulatore, abilissimo bugiardo e ipocrita inguaribile,  non parlava mai di “affari” negli spazi del Palazzo e in quelli prossimi: temeva che le energie misteriose non gli consentissero di mentire, di nascondere la verità, di ingannare. Sono ancora vive queste energie? Non lo so, ma credo che non convenga  sfidare la Natura.