“’E carcioffole arrostute”: il “carciofo” simbolo di tutto e del contrario di tutto, dall’amore alla  politica  di ieri e di oggi

0
381

Il carciofo utile “contro il logorio della vita”, e a favorire saldezza di nervi e serenità, ma anche potente afrodisiaco e simbolo sessuale.  Le spine ricordano la corona di Cristo, ma “l’anima” è delicata: perciò è cibo della Settimana Santa.  Perché a Napoli il carciofo diventa femmina. Il carciofo di Pablo Neruda.  I politici, a partire dai Savoia, hanno fatto del carciofo anche un simbolo politico, perché “si mangia una foglia alla volta”. Qual è il cibo-simbolo del popolo che si ribella?

 

Ingredienti: 4 carciofi,  4 filetti di acciughe, 1 spicchio d’aglio, 1 mazzetto di prezzemolo, olio extra vergine di oliva, sale e pepe q.b. Cominciate col preparare un olio aromatizzato: tritate le acciughe, l’aglio e il prezzemolo molto finemente. Mettete tutto in una ciotola e irrorate con olio extra vergine di oliva campano. Amalgamate il tutto e dedicatevi alla materia prima. Togliete ai carciofi il gambo, le foglie esterne che sono le più dure e che non possono essere mangiate, e la barba interna. Ora aprite bene gli ortaggi al centro creando un buco stretto e lungo. Versate dentro l’olio aromatizzato. Arrostite dunque i carciofi su una “fornacella” a legna e toglieteli quando saranno ben colorati ( La ricetta segue in sostanza quella del sito “Vocedi napoli”).

 

Le “foglie” esterne, dure e appuntite, fanno pensare alla corona di spine di Gesù, ma oltre le spine c’è “il cuore” tenero e delicato: e dunque il carciofo entra nel menù della Settimana Santa, in una grande varietà di modi e di forme. Potremmo “ricamare” notando che mangiar carciofi è gesto squisitamente filosofico, è simbolo del metodo della conoscenza, perché la realtà la scopriamo, la “mangiamo”, una foglia alla volta, dall’esterno verso l’interno, verso il “cuore”: e talvolta questo “cuore”, nel carciofo e nelle cose, lo troviamo piccolo e insignificante, o non lo troviamo affatto. E non sarebbe inopportuna una nota di storia, perché i Persiani e Alessandro il Macedone, persuasi, come poi quelli del “Cynar” – la celebre pubblicità di Ernesto Calindri – che il carciofo rinsaldasse i nervi, ordinarono che le loro truppe ne mangiassero con continuità. Dalla storia si può passare alla letteratura, al carciofo “marziale” a cui Neruda ha dedicato un’ode gustosa: il carciofo “non fu mai tanto marziale/ come alla fiera,/ in mezzo agli ortaggi / con le camicie bianche”. Ma come Orlando, innamorandosi perdutamente di Angelica, perde il senno e la dignità del guerriero, così anche il carciofo di Neruda viene umiliato da Maria che lo prende dal banco del mercato, “lo compra” e lo “confonde” nella sua borsa, tra un paio di scarpe e, affronto imperdonabile, con un cavolo cappuccio. I popoli costruttori di simboli non sono riusciti a imbrigliare il carciofo in una rete coerente di significati. Sarà colpa del colore: il verde e il viola basta la vicinanza con il rosso, a riscaldarli, mentre se stanno vicino all’azzurro, diventano ancora più freddi. Secondo i Greci, la bella Cinara non disse di sì alle proposte di Zeus, e Zeus trasformò l’imprudente ragazza  in un carciofo, condannandola a infiammare sensi e desideri in uomini e donne, a diventare, insomma, un potente afrodisiaco: Luigi XIV ordinò ai giardinieri di coltivare il prezioso ortaggio nel parco di Versailles, e forse proprio di questi carciofi si servì Madame du Barry per mettere un po’ di fuoco e di forza nelle stanche membra di Luigi XV. Si racconta che Caterina de’ Medici abbia portato l’ortaggio in Francia, perché ne era golosa: non si sa se in questo peccato di gola si nascondesse anche l’altro peccato.

Negli scrittori “boccacceschi” (Aretino, Bargagli, Ferrari) il carciofo, visto dalla parte del gambo, divenne il simbolo dell’organo sessuale maschile, ma i Napoletani tagliarono il gambo e videro nel “frutto” l’organo sessuale femminile: perciò nella nostra lingua il carciofo diventa femmina, “a carcioffola”, e sta a indicare anche le ragazze “c’a capa fresca”, quelle cantate da S. Di Giacomo nella poesia messa in musica “Carcioffolà”. “’ A carcioffola se monna a ‘na foglia ‘a vota”, il carciofo si pulisce una foglia alla volta, e una foglia alla volta si mangia. Era fatale che per la sua struttura l’ortaggio diventasse un simbolo della politica. I Savoia ne fecero, già sul finire del sec. XVIII, l’immagine della loro politica di conquista dell’Italia settentrionale: ci mangiamo prima la Lombardia, poi il Veneto, e poi il resto, una regione alla volta. Dal 1946 a stamattina non c’è stato politico italiano, di maggioranza o di minoranza, che non si sia ispirato al carciofo, sia nel bene –la comunità progredisce un passo alla volta – sia nel male: le poltrone che contano ce le pappiamo una alla volta, se no ci chiamano “mangioni”.

Ma prudenza vuole che i politici non dimentichino un particolare importante: quando il popolo si ribella a chi lo governa, il simbolo della sua ribellione non è la “carcioffola”, ma il bocconcino di mozzarella, che si mangia in un solo boccone.