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In “Partenope in cucina” Mario Stefanile raccontò le relazioni tra i “piatti”, l’animo e la lingua dei Napoletani. La passione di Di Giacomo per i “piatti” forti, la sua attenzione anche per gli angoli bui dello spirito di Napoli, la sua vocazione a cantarli, questi “angoli”, in un linguaggio delicato e nello stesso tempo penetrante. Le poesie “’O funneco” e “Capillò”.

 

Ingredienti (5 persone): kg.1,2 di coratella di maiale; gr. 100 di conserva di peperoni rossi dolci; sugna, 1 foglia di alloro, gr.100 di concentrato di pomodoro, 1 peperoncino piccante, mezzo bicchiere di vino rosso secco, un rametto di rosmarino, sale. Tagliate la coratella in piccoli pezzi, lavateli a fondo nell’acqua, scolateli, asciugateli e fateli rosolare nella sugna, in un largo tegame, su fiamma vivace. Quando tutto si sarà asciugato, bagnate con il vino e lasciate che evapori. A questo punto aggiungete il concentrato di pomodoro, la conserva di peperoni, l’alloro, il rosmarino e il peperoncino, diluite con un po’ d’acqua e rimestate perché il condimento non si attacchi. Quando il tutto risulterà convenientemente amalgamato, abbassate la fiamma, aggiungete altra acqua, lasciate cuocere a lungo, a tegame coperto. “Il soffritto si mangia caldissimo, distribuito su fette di pane e accompagnato da vino rosso robusto.” (La ricetta è quella pubblicata da M. Giovanna Fasulo Rak nel libro “La cucina napoletana”).

 

La “zuppa di soffritto” fa parte del patrimonio delle memorie di ogni famiglia napoletana, “alta” o “bassa” che sia, ed è uno di quei “piatti” che favorirono l’incontro tra i gusti della borghesia e la “tavola” del mondo contadino, e che contribuirono a scrivere la storia sociale delle cantine e delle trattorie del nostro territorio. Nel 1954 Mario Stefanile scrisse un aureo libretto, “Partenope in cucina”, in cui egli tentava di entrare, per la strada della cucina, nell’animo del popolo napoletano: se si fosse fermato all’animo, egli avrebbe percorso la stessa strada che di lì a poco avrebbero imboccato anche Folco Portinari e Piero Camporesi: ma l’animo del popolo napoletano si esprime in una lingua che è unica, e Mario Stefanile affrontò coraggiosamente l’epica “fatica”, di individuare le relazioni tra la cucina di Partenope e la lingua dei Napoletani. E quando si trattò di affrontare la questione della grandezza inimitabile della lingua napoletana in cui Salvatore Di Giacomo faceva “parlare” le sue poesie, Mario Stefanile non poté trascurare il fatto che il poeta non resisteva a nessuno dei piatti “forti” della cucina napoletana, che si arrendeva immediatamente a una zuppa di soffritto, a un “ruoto” di stocco o di peperoni “mbuttunati”. E se lungo la strada si imbatteva nel banco di un “casadduoglio”, faceva fatica ad allontanarsene. Mario Stefanile notò che Ernesto Murolo, ammiratore ed emulo del lirismo elegante e penetrante di Di Giacomo, amava, anche lui, i piatti “forti”, mentre Ferdinando Russo e Libero Bovio, artisti di una poesia carica di ombre e di note cupe, non avevano la passione per la “tavola”, e mangiavano “distrattamente”.

Mi piace immaginare che la zuppa di soffritto e il “ruoto” di stocco aiutassero Di Giacomo a entrare fino in fondo anche negli angoli più bui dell’animo della “plebe” napoletana, e che tuttavia il concerto degli “odori” – l’alloro, soprattutto – e la perfezione dell’amalgama in cui si realizza ogni “piatto” di Partenope, “alto” e “basso”, lo spingessero a trovare, anche nei personaggi e negli episodi “estremi”, il segno di una intensa humanitas. Il poeta non prende le distanze da nessuna delle sue “figure”, e le osserva e le rappresenta con l’atteggiamento di chi vuole capire, per imparare. Le prove di quello che diciamo si trovano in tutte le poesie di Di Giacomo, non solo in quelle destinate a diventare canzoni. Anche quando si serve di termini della lingua napoletana che hanno toni aspri e ruvidi, il poeta fa in modo che il contesto conferisca a quei toni un segno di lirica eleganza. Nella poesia “’o funneco” il vicolo è “ntruppecuso” e “stuorto”, e la gente è “nzevata e strellazzera”. Il tono acerbo, direi  proprio “ ntruppecuso”, degli aggettivi prepara l’ironia dell’immagine finale: “nun è nu vico. E’ na scarrafunera”, e nell’ironia quel tono si addolcisce, perché assume i ritmi di un gioco. Per i vicoli di Napoli risuonava spesso il grido: Capillò.., la voce dei mercanti che compravano le trecce delle donne per rivenderle a chi fabbricava parrucche. Il “mercante” di Di Giacomo – “Capillò” è il titolo della poesia- va ogni giorno nel vicolo di Sant’ Arcangelo a Baiano, per farsi notare da una bella bionda, Angelarosa, ma senza successo. Un giorno però la ragazza lo chiama, e gli offre in vendita le sue “trezze d’oro fino”: ha bisogno di soldi, deve mandarli al suo “nnammurato” che è stato arrestato. Il mercante le offre tre lire, e lei accetta. Lui, mentre si allontana, la sente “chiagnere”, ma non si intenerisce: quelle “trezze d’oro” le porterà sempre con sé, non le cederà a nessuno, a nessun prezzo. E’ un episodio di cronaca, ma l’arte del poeta e la magia della lingua lo trasformano in una favola.

Un mezzo bicchiere di vino rosso può trasformare in un “piatto” delicato e soave anche una zuppa di soffritto: è una questione di ritmi, di pause, di accenti e di tempi.. E’ una questione di arte poetica.