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Due “immagini” eterne della saggezza napoletana: “’o triato ‘e donna Peppa” e “’a sporta d’’o tarallaro”

Ripubblico un articolo già pubblicato dieci anni fa. Vi citavo i politici dell’epoca. Ma pare che niente sia cambiato: forse gli attori del teatro e i “tarallari” di oggi sono meno abili dei loro colleghi del tempo che fu.  La saggezza amara del popolo napoletano non va mai trascurata. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Elio Ferrara (dal sito della Galleria Carosone).

 

Donna Giuseppa d’ Errico fu, secondo alcuni, pupara e artista delle “guattarelle” napoletane, e secondo Francesco D’ Ascoli, anche ballerina del “teatro di donna Marianna”, uno dei molti teatri che all’inizio dell’Ottocento si aprivano a un pubblico popolare e offrivano una comicità dal sapore forte. Non sappiamo perché il “teatro di donna Marianna” si chiamasse così: qualcuno ha scritto che era questo il nome della moglie del grande attore Vincenzo Tamberlani, ma le date non corrispondono. In quel teatro si esibì a lungo Gaspare de Cenzo, maestoso interprete di “Pulcinella”.  Donna Giuseppa sposò l’altro grande “Pulcinella”, Salvatore Petito, e gli diede 7 figli, tutti destinati a diventare attori, a partire dal primogenito, Antonio, nato nel giugno del 1822, che portò ai livelli più alti l’interpretazione della maschera.

Nel Palazzo Maisto, di fronte alla Chiesa del Carmine, Donna Peppa aprì un suo teatro, il “Silfide”, in cui andava in scena la stessa comicità di lazzi buffoneschi che era in programma negli altri teatri popolari.  Gli spettatori appartenevano tutti alla classe “minuta”, carrettieri, lavoratori del porto, pescatori: ogni sera il vino e le battute, diciamo così, spinte che piovevano dal palcoscenico scatenavano in sala una confusione sguaiata, e il vero spettacolo diventava quello offerto dal pubblico: a un certo punto, non c’era uno spettatore che si interessasse di ciò che accadeva sulla scena. Dunque, un qualsiasi gruppo di persone che schiamazza in coro e produce confusione è “’o triato ‘e donna Peppa”. Ma talvolta la confusione è organizzata, mira a distrarre l’attenzione di tutti da argomenti più seri. Nel settembre del 2008 il presidente della giunta regionale Antonio Bassolino e la sindachessa di Napoli Rosa Russo Iervolino annunciarono, con fragore di trombe e grancassa, che le due Giunte, quella regionale e quella del Comune, si sarebbero riunite insieme in una seduta destinata a diventare storica: una Supergiunta per affrontare i problemi della città.

Claudio Velardi, assessore regionale al Turismo, manifestò pubblicamente il suo scetticismo: temeva che la Supergiunta perdesse tempo a parlare del “sesso degli angeli”, mentre il problema più grave tra i tanti problemi di Napoli era la “vivibilità” ( la Repubblica, 9/06) Sette mesi prima la Commissione Antimafia aveva comunicato che nella sola città di Napoli operavano 78 clan della camorra, con almeno 3000 affiliati. Antonio Guarino scrisse che questa idea della Supergiunta era pura teatralità, roba da “festa di Piedigrotta”, e Luigi Labruna rivelò, sarcastico, che la cosa gli aveva immediatamente suggerito l’immagine del “teatro di donna Peppa” (il Mattino, 9/06): il clamore talvolta serve, soprattutto per distrarre. Due anni prima il presidente Bassolino aveva dichiarato che era difficile affrontare la camorra, perché nessuno sapeva quali fossero le nuove forme di organizzazione del sistema criminale.  Dovunque, anche nel Vesuviano, ci sono, anche oggi, tanti “triati ‘e donna Peppa”: non chiudono mai, nemmeno di notte.

Non c’è accordo sul significato del detto “pare ‘a sporta d’ ‘o tarallaro”.  Francesco D’ Ascoli riteneva che il “tarallaro” riponesse nella sporta, accanto ai taralli, tutto ciò che gli serviva “nel suo girovagare”, la pagnotta, la pipa, il berretto: dunque nella sua sporta c’era di tutto. In questo senso usò il detto Giovanni Leone, prima di diventare Presidente della Repubblica. Durante una crisi politica egli aveva avuto dalla D.C. l’incarico di formare uno di quei governi che si chiamavano “balneari”, perché dovevano durare solo un’estate, il tempo necessario per consentire ai partiti di trovare soluzioni più durature. Nei governi “balneari” entravano partiti grandi e piccoli, di destra, di centro e di sinistra, e tutti pretendevano la poltrona di ministro: l’astuzia del “mordi e fuggi”. Racconta D’ Ascoli che durante una conferenza a Napoli, al Circolo della Stampa, Giovanni Leone, con l’arguzia tipica dei principi del foro napoletani, disse che i partiti avevano scambiato il governo che egli stava formando per una “sporta del tarallaro”: volevano metterci dentro di tutto.

Altri pensano  che la locuzione derivi dal fatto che nella sporta del “tarallaro” tutti i compratori allungavano le mani per scegliersi il tarallo migliore: son gesti e operazioni che vediamo fare ancora oggi presso i banchi dei “verdummari” :signore e signori frugano, toccano, premono, soppesano, scartano, per trovare i carciofi  più teneri, le annurche non “ammallate”, i mandarini grossi e succosi. Ma l’amara battuta di Giovanni Leone si adatterebbe anche a questo secondo significato: può capitare, infatti, che governi, giunte regionali e comunali scambino le casse dello Stato e degli Enti per una “sporta del tarallaro”, e vi allunghino, di nascosto, le mani, per trovare e prendere i “taralli” più appetitosi. Talvolta, però, vengono beccati con il tarallo in mano: e fanno la fine dei “taralli”. Perché nella lingua vesuviana il “tarallo” è anche lo stupido che si fa prendere di sorpresa, da dietro: il “tarallo” a Napoli è anche il didietro. Le ragioni della metafora sono chiare: è tutta una questione di buchi.

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