CONDIVIDI

Dopo due mesi di assenza mi rifaccio vivo. Tengo da un po’ una specie di diario. Alcuni giorni scrivo, altri no. Vorrei condividere gli appunti di tre giorni, l’11 marzo, il 4 aprile e l’11 aprile, per me importanti. Nel primo una visione ancora speranzosa, nel secondo il crollo, nel terzo una sorta di ripresa, di impegno, di denuncia. Pensando ai ragazzi e alle contraddizioni della scuola.

11marzo.  Gli anziani al tempo del coronavirus

In tempi di epidemie siamo, naturalmente, noi anziani, i più esposti alle complicazioni. E non ci stupisce che l’età media delle vittime, ad oggi, sia abbastanza elevata. Nonostante allungamento della vita e invecchiamento attivo. Sappiamo bene che la gran parte di noi ci siamo presentati già alla soglia della vecchiaia con acciacchi vari, malattie di lungo corso, conseguenze di una vita spesso non facile: privazioni, carenze sanitarie, lavori a volte usuranti. Non ci lamentiamo, anche perché abbiamo vissuto netti miglioramenti nel corso degli anni; e ancora oggi, in tanti, contribuiamo a sostenere le nostre famiglie in diverse circostanze.

Anche ora ci preoccupiamo, mettendo a disposizione tempo e risorse, per i nostri figli e i nostri nipoti, per quello che gli può succedere e per come si organizzano in questo periodo. Ma è logico che siamo noi i più esposti. E pensiamo a noi in riferimento a loro, con tanta tristezza e nostalgia, ma anche con un po’ di consapevolezza di dover svolgere un ruolo, al solito, importante. Persino quando sentiamo affacciarsi l’agghiacciante domanda: a chi dare la precedenza nelle cure intensive; chi salvare per primi?

La verità è che si sta parlando molto della crisi sanitaria e della crisi economica, com’è logico; ma stiamo trascurando un’altra crisi, che s’insinua peggio del virus, la crisi morale. Di pari passo con l’aumento dei contagiati, si manifesta con più intensità. Da come ci guardiamo con diffidenza, come ci evitiamo nell’uso di ascensori e scale, come facciamo incetta di cose, anche inutili. Fino a come accettiamo le giuste norme di isolamento: spesso senza alcuna sofferenza, diciamocelo. Arrivando perfino a trovare nell’emergenza e nei comportamenti da essa imposti, l’alibi, l’assoluzione a nostri atteggiamenti diffusi. Di chiusura, di egoismo, di scarsa o nessuna solidarietà.

È una crisi, quella morale, che non risparmia nessuno, neppure gli anziani. E però gli anziani hanno diversi modi per difendersi da essa: la prima è la famiglia, ovviamente, come abbiamo visto. Ma c’è un’altra grande opportunità per tanti di essi: è il mondo associativo. Quel contesto in cui, per uscir fuori dall’isolamento e invecchiare attivamente, si organizza tempo libero, apprendimento permanente, turismo sociale, volontariato per assistere i coetanei in difficoltà, impegno civico al servizio della comunità.

E però, con l’intensificarsi dei contagi, siamo arrivati a norme riassumibili nel “iorestoacasa”, la necessità per gli anziani di restare a casa. Sembra la negazione e l’opposto dello scopo delle nostre associazioni, che è quello di far uscire gli anziani da casa, dalla solitudine, dalla depressione, da un senso diffuso di inutilità, e portarli nelle attività, negli impegni, nella socialità. Per fortuna c’è il modo per rimediare anche a questa situazione temporanea di disagio. Sentite un po’, per esempio, cosa ha proposto ai soci del suo circolo culturale Auser di Benevento la presidente, Adriana:

“Per alleggerire un po’ il cuore senza fare cose a cuor leggero. Ciascuno a casa propria può impegnarsi in lavoretti di bricolage, uncinetto, decorazioni su vetro, cartone ecc. Quando tutto sarà passato si potrà allestire una mostra. Coloro che sono favorevoli a questa iniziativa interagiscono tra di loro in un apposito gruppo. Il secondo gruppo vede invece impegnati coloro che amano la scrittura: l’idea, condivisa appunto da un gruppo di soci, è quella di scrivere un romanzo a più mani. Infine c’è il gruppo di lettori che, alla ripresa, ci parleranno dei testi letterari più famosi sulla “peste” dai versi di Lucrezio, passando per Tucidide fino a Manzoni, Camus, Saramago.  Solo così possiamo continuare le nostre attività e soprattutto manifestare la voglia di non farci sopraffare dall’angoscia per i tempi presenti. Ci basti essere scrupolosi nel rispettare le regole”.

4 aprile. Io, anziano fragile. (Il crollo)

Seguace della cultura dell’invecchiamento attivo e impegnato nel terzo settore, ho provato per lunghe settimane a reggere nell’interpretare al meglio il ruolo che mi veniva richiesto, nella famiglia e nella società. Poi…, poi ho subito un crollo, lo ammetto; forse meno di un crollo, o forse di più.

Il coinvolgimento diretto come anziano negli sviluppi dell’epidemia: l’età media dei contagiati e morti, la paura per la comparsa di un sintomo (uno non basta, ma…), le lunghe quarantene scelte o obbligate, la modifica traumatica di tutte le abitudini. E i pianti dopo le videochiamate con i nipoti, fratelli e figlie.  La commozione a sentire di coetanei, contagiati, intubati e morti, da soli, senza la presenza dei propri cari. Di morti depositati, ammassati, smaltiti.

Un coinvolgimento emotivo, direte. Non vi sembra importante? Quando faccio le videoconferenze con i miei colleghi dell’associazione di tutta Italia, li guardo sullo schermo. E spesso li vedo preoccupati, smarriti. Come me. Perché non parliamo di questi sentimenti comuni? Perché sentirci condannati ad essere eroi per forza? Abbiamo passato una vita in questo ruolo: per essere coerenti, utili alla società. Non lo rinneghiamo, ci mancherebbe! Forse una maggiore partecipazione personale, privata, ci avrebbe aiutato anche in una situazione come questa.

Emotivi sì, ma lucidi. Vediamo tante cose che non vanno. Nel mondo delle istituzioni, ma anche nel nostro mondo del Terzo Settore. È così variegato: sbagliamo a volerlo vedere unito, unico. Sono spesso diversi gli interessi di quelli che vi lavorano e di quelli che solo vi partecipano. Una semplice partita di mascherine abbassa i costi dei primi, rende meno velleitari ed esposti gli interventi dei secondi. Ma come si sceglie? È difficile quasi come decidere chi sottoporre per primo alla terapia intensiva.

Ma più importante di sentirsi vittime, è la consapevolezza che il paese ha bisogno di noi, ha bisogno anche degli anziani: per curare una crisi che non è solo sociale ed economica, ma anche morale. Ha bisogno di anziani che trovino soluzioni adeguate ai loro problemi, che possano avere il carattere dell’esemplarità, da proporre cioè anche agli altri: ispirate al valore delle persone, delle relazioni, della solidarietà e del servizio alla comunità.

Fragilità dell’anziano e impegno sociale si ricompattano in una forma di indignazione profonda di fronte alla strage delle residenze per anziani. L’unica che accomuna Nord, Centro e Sud. Con perfetta coerenza si realizza la missione dell’istituzione totale, dalla segregazione, alla malattia, alla morte. E non vengono risparmiati gli “addetti”. E allora ripenso alle denunce, alle ricerche, agli studi sulla domiciliarità, cioè la possibilità per ognuno di vivere a casa propria. Nell’elaborazione sull’invecchiamento attivo siamo andati molto avanti. Con generosità, abbiamo enfatizzato soluzioni e diffusione di modelli alternativi.

Ma qual è la realtà? La percezione, il concetto e il ruolo dell’anziano, a cui abbiamo lavorato in tanti con entusiasmo: è bastato lo tsunami di poche settimane a riportarli indietro anni luce. La ripartenza non sarà facile, e non so in che misura vedrà gli stessi protagonisti.

Questi sono alcuni dei pensieri altalenanti che mi attraversano, mentre resto tenacemente aggrappato alla vita.

11 aprile. La scuola contagiata

L’esame di terza media non ha il peso dell’esame di maturità (né ce l’hanno gli studenti delle medie e le loro famiglie). E quindi in buona sostanza “salta”, nonostante l’”elaborazione” di una tesina.

Per la maturità, stante l’impossibilità e forse anche l’inutilità e i rischi di un rientro, ci sarà un unico colloquio online.

Per il resto tutti rimandati a settembre, alunni e scuola. A settembre, dal primo (?), recuperi e lezioni online obbligatorie fino a raggiungere il regime ordinario.

Vuoi vedere che non interesserà gli alunni che già da ora non seguono lezioni a distanza, proprio quelli che già studiavano poco, ripetenti e prossimi alla dispersione? Sembrano gli anziani alla mercé del coronavirus.

Non stiamo garantendo il diritto allo studio a tanti ragazzi, né lo garantiremo. Veramente pensiamo, avendo stanziato soldi per l’acquisto di pc e tablet, di stare a posto con la coscienza? Chissà quando arriveranno nelle case degli studenti giusti. Poi magari si scoprirà che manca internet… Ma allora?

Né le cose vanno meglio per i precari della scuola. Quella categoria che si prende grandi elogi perché rende possibile lo svolgimento dell’anno scolastico, anche se come tappabuchi. Se l’ignoranza fosse paragonabile al Coronavirus, sarebbero gli eroi dell’istruzione. Ma poi la stessa categoria viene guardata con sospetto e con sufficienza se rivendica la stabilizzazione, se vuole passare di ruolo. Senza concorso? Con quale preparazione? ecc. ecc. E così l’incapacità di elaborare un sistema di reclutamento, efficace e rapido, continuano a pagarla loro.

Il Ministro ammette che non si riuscirà ad aggiornare le graduatorie d’istituto, deludendo in modo forte le aspettative dei precari. È lo stesso Ministro che incassa gli elogi per la formazione a distanza, e la rende obbligatoria per decreto. Con una certa indifferenza per quelli che rimangono fuori. E poi, rispetto a inadempienze tutte sue e del suo Ministero, pensa che sia sufficiente “scusarsi” con i precari per il mancato aggiornamento.

Dovremmo ammettere tutti, a cominciare dal Ministro, che non siamo in grado di assicurare il diritto allo studio, che ci assumiamo la grave responsabilità di allargare il fenomeno della dispersione scolastica, di non saper stabilizzare e utilizzare al meglio gli insegnanti e il personale che abbiamo. Con e senza coronavirus.

Per la ripartenza si richiede un mix equilibrato di umiltà, consapevolezza e determinazione, oltre che di competenze e risorse.

(fonte foto: rete internet)