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“Dettagli”: perché Cupido tiene le mani una sull’altra sulla cornice dello specchio…

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Diego Velàzquez, “Venere allo specchio”, olio su tela, cm. 122 x 177, eseguito prima del 1648, National Gallery, Londra. La “lettura” di Juliàn Gàllego, la funzione dello specchio e il “dettaglio” delle mani di Cupido sovrapposte sulla cornice dello specchio.

Il quadro Velàzquez lo dipinse per  Gaspar Guzmàn, il conte duca di Olivares, onnipotente ministro di Filippo IV, re di Spagna. Nella Spagna “inquisitoria” della prima metà del ‘600 solo un onnipotente come l’Olivares poteva permettersi di tenere in casa un quadro con un nudo di donna, che  è uno dei “nudi” più famosi della storia della pittura.

Velàzquez portò a termine il lavoro prima del 1648, l’anno in cui partì dalla Spagna, perché la tela “con donna nuda distesa” era citata, nel giugno del 1651, nell’inventario della “mobilia” del conte duca. Il grigio del panno di seta, su cui Venere è sdraiata, e il rosso cremisi della tenda dettano al pittore le variazioni di toni e di intensità nelle luci e nelle ombre sulla carnagione della dea, che è un esercizio pittorico di insuperata maestria, e merita di essere trattato a parte.

Non pochi studiosi ritengono che anche nel quadro di Veàzquez lo specchio svolga lo stesso ruolo che gli viene assegnato in molte altre opere dedicate alla bellezza femminile, e cioè di rappresentare la “vanità” di questa bellezza, di ricordare a tutti che nulla resiste alla feroce dittatura del tempo che passa e spegne lo splendore del corpo.

Ma il pittore spagnolo non ha voluto fare il moralista. Lo specchio, tenuto da Cupido, gli serve solo come un mezzo tecnico che gli consente di rappresentare contemporaneamente il volto e la schiena di Venere, e di sottolineare, nel gioco dei riflessi, la serenità dell’espressione della dea. Juliàn Gàllego così “lesse” il dettaglio delle mani sovrapposte di Cupido: “ Il Cupido di Velàzquez non assomiglia a quelli che sostengono specchi nei quadri di Tiziano, di Veronese, di Rubens.

Egli sta inginocchiato, e abbassa il capo con aria malinconica; non tiene le mani separate sulla cornice dello specchio, come avrebbe fatto senza dubbio se avesse avuto solo l’intenzione di reggerlo; le tiene una sull’altra, incrociate, non come un devoto, bensì come un prigioniero e sui polsi gli ricade il nastro che non è mai servito ad appendere lo specchio, ma che è il laccio con cui, volontariamente ma tristemente, Amore si lega all’immagine della Bellezza. Cupido ci appare, così,  arreso, e prigioniero, ma senza ribellione, di quella fatale bellezza”.