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A Marigliano il cielo è azzurro come nelle migliori occasioni. Nessun capriccio meteorologico, nonostante il rischio di doversi confrontare con il solito pazzo marzo. Effetti del cambiamento climatico in corso probabilmente, ma occupiamoci di un problema alla volta.

Il silenzio da isolamento forzato viene interrotto saltuariamente solo dalle espressioni della natura. Gruppetti di gazze si rincorrono tra gli alberi, forse nel consueto rispetto della loro stagione dell’amore. Fanno un certo baccano con il tipico verso chioccolante ma sono di compagnia, soprattutto nella nostra condizione di reclusi. Sembra quasi che abbiano preso coraggio ora che la presenza umana è ridotta in città. In realtà loro, le cosiddette gazze ladre (che in verità sono onestissime e molto intelligenti), nelle zone antropizzate ci stanno benissimo. Si poggiano con una certa grazia sulle antenne collocate sui nostri balconi, sui terrazzi, e per cercare il cibo nei terreni si concedono tutto il tempo necessario. Si potrebbe storcere un po’ il naso nel pensare alle gazze – il loro vero nome è Pica Pica, più buffo e smorfioso – in quanto ad esse è associato, qui nel serioso Occidente, una lugubre percezione di cattivo presagio, addirittura in alcuni casi di lutto incombente. Forse a penalizzare questi bellissimi uccelli è la loro colorazione: sono quasi completamente neri. Oppure, come tutte le creature più raffinate e sensibili, esse vengono ingiustamente discriminate ed emarginate nel comune sentire che diventa immaginario impetuoso e inarrestabile: sì, perché questi esemplari appartenenti alla famiglia dei Corvidi sono tra gli animali più intelligenti in assoluto. Spesso mostrano rituali sociali complessi che evidenziano la presenza di cognizione sociale, immaginazione, memoria episodica, autoconsapevolezza (la gazza è uno dei pochissimi animali ad aver superato con successo il test dello specchio) e perfino del lutto.

Al contrario, nell’Estremo Oriente la Pica Pica viene salutata come portatrice di prosperità. In Cina si ritiene che questi uccelli portino fortuna (come è intuibile addirittura dal loro nome autoctono, il cui primo ideogramma significa “felicità”). Durante il periodo della dinastia Qing la gazza veniva considerata addirittura “l’uccello ufficiale della gioia”.  Proprio in questo periodo complicato, dunque, bisognerebbe apprezzare la loro visita e salutare con favore la loro presenza sulle nostre teste pensierose. Insomma, come cantano i Radiohead nel loro album The King of Limbs: “good morning, Mister Magpie”. You are welcome.

Dulcis in fundo, forse non tutti sanno che già in tempi remoti le gazze hanno offerto il loro contributo al benessere sociale, svelando gli altarini di alcuni affari che coinvolgevano i prelati. Avete mai sentito parlare della leggenda della Pignasecca? Il noto rione di Napoli non ha sempre avuto questo nome. Il bosco di “Biancomangiare”, così chiamato per via di una meringa prodotta in loco e allora parte della tenuta dei nobili Pignatelli di Monteleone, all’inizio del XVI secolo era teatro di peccaminose relazioni clandestine. La riservatezza di questi incontri amorosi, a cui prendevano parte anche numerosi ecclesiastici, veniva puntualmente turbata proprio dall’intervento di alcune gazze che si intrufolavano negli appartamenti, rubavano gioielli, oggetti di valore e cose bizzarre come capi di abbigliamento intimi, e li nascondevano nei pini presenti nella zona. Pare che uno dei derubati fosse proprio un uomo di chiesa, sorpreso da una gazza mentre era in intimità con la sua perpetua. In poco tempo uno dei pini venne ricoperto di oggetti, alcuni molto riconoscibili, che portarono allo scoperto le tresche, provocando il chiacchiericcio degli residenti. Derisi e umiliati, i religiosi coinvolti nello scandalo (oggi i media lo ribattezzerebbero “Gazzagate”) corsero ai ripari letteralmente scomunicando le gazze con una bolla, l’unico mezzo a loro disposizione per poter lavare via l’onta subita. La bolla in questione venne affissa al pino più alto del bosco e pochi giorni dopo il povero albero seccò misteriosamente, insieme a tutto il resto della selva, provocando la scomparsa delle gazze. Come risultato, quella che un tempo era una zona verde e rigogliosa prese il nome di “Pignasecca”.

Dunque un grazie alle gazze: non abili ladre bensì portatrici al contempo di scomode verità e primaverile serenità.