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A ‘nzalata è una poesia in cui Eduardo ci dice come possiamo diventare  padroni della nostra vita, anche se essa è come na ‘nzalata preparata da altri. I termini del lessico gastronomico e il loro destino “metaforico”. L’amara metafora politica della ‘nzalata,  che in questi giorni è di grande attualità. L’ironia di un “pittoresco ingegno” sull’esercito napoletano nel 1848 e i versi di Ferdinando Russo. 

 

Ingredienti (per 6 persone): 400 gr riso, 3 uova, 20 olive verdi/nere, 2-3 pomodori per insalata, 100 gr giardiniera sott’aceto sgocciolata, 80 gr tonno in scatola, 50 gr chicchi di mais in scatola, 1 fascetto di basilico, sale q.b..Si comincia col cuocere il riso in abbondante acqua salata alla quale avremo aggiunto un cucchiaio d’olio. Nel frattempo si preparano le uova sode. Una volta pronte le uova e il riso, tagliamo i pomodori a tocchetti, eliminiamo bene l’acqua e l’olio dal mais e dal tonno, uniamoli prima tra di loro in una ciotola e mescoliamoli successivamente al riso che avremo già fatto raffreddare in frigo. Aggiungiamo poi il basilico e le olive, copriamo con una pellicola trasparente e riponiamo nuovamente in frigo per 2 ore circa. Volendola fare vegetariana, possiamo togliere il tonno e aggiungere un po’ di insalata mista con carote, cipolle, lattuga, cetrioli, finocchi ed insaporire ulteriormente con qualche tocchettino di formaggio.(dal sito: Napoli turistica).

 

E’ destino comune a molti termini del lessico gastronomico colorarsi e riempirsi di significati metaforici, belli, meno belli, e talvolta brutti assai: pensiamo a “maccherone”, a “cetriolo”, a “polpetta” e “braciola”, pensiamo a un verbo che indica un’azione sacra, “oliare”, ma anche “ungere”, corrompere, chi ha il potere di favorirci. L’insalata non è un piatto, ma un “modo”, è il “luogo” dove ingredienti diversi si incontrano e trovano un accordo che esalterà le “virtù” di ciascuno, i sapori e i profumi. L’insalata potrebbe essere la metafora della serena convivenza, dell’integrazione: e invece la metafora si è colorata di nero e di grigio, ed è diventata l’immagine di un Paese che considera sport olimpici  cambiare partito e idee senza sosta, manipolare l’identità, la verità, la memoria, saltar giù dai carri degli sconfitti e saltare su quelli dei vincitori, indossando implacabilmente la maschera della faccia tosta. Si avvicina il settembre delle elezioni, e i muri e i cartelloni incominciano a tappezzarsi con i manifesti dei candidati, e già capisci che è una ‘nzalata tale che non c’è mai stata una uguale: e dalle facce e dai motti vengono fuori certi profumi per i quali non è facile trovare l’aggettivo adatto. I Napoletani incominciarono a guardare con sospetto l’insalata vera, non quella metaforica, già nel 1545, quando il viceré Pietro di Toledo, per riempire le casse vuote del Tesoro, inventò un’imposta di “grana 4 a “fuoco””, cioè a famiglia, “sotto il titolo di sale e di aceto per l’insalata dei soldati”. E un “buffo e pittoresco ingegno” che si divertiva a scrivere articoli satirici paragonò a “un’insalata” l’armata napoletana che nella prima fase della guerra del 1848 scese in campo al fianco di Carlo Alberto contro gli Austriaci. C’erano in quell’ “insalata” erbe e carote, rappresentate dalle colorate divise di fanti e di cavalieri, c’era il pepe – Guglielmo Pepe era il comandante in capo delle truppe di Napoli-, c’era l’olio, l’olio che “unge”, a cui prima facevamo riferimento, e “che trovasi nella scorrevole Amministrazione” generale: e c’era l’aceto, quello “di certe persone del ministero della guerra”. Mancava il sale, scrive “l’ingegno buffo”: ma su questo punto dimostrò di essere un “buffone”.

Sul pessimismo della metafora napoletana della ‘nzalata mise il suo sigillo Eduardo De Filippo, con una poesia del 1971. “Sta vita è cumme fosse ‘na ‘nzalata /è tutt’erba mmiscata / e che te truove / già priparata / dint’’a ‘nzalatiera”. Tra le erbe di questa ‘nzalata che è la vita ognuno trova un verme: anche Eduardo lo trovò, e dice di essersi divertito a metterlo da parte, a chiamarlo per nome “Tizio” o “Vittorio” – chi sa perché proprio Vittorio-  mentre mangiava le foglie, tutte, a una a una. E alla fine non lo schiacciò, ma lo lasciò nudo, proprio come un verme, “annudo e sulo dint’’a ‘nzalatiera”. Con questa vittoria sul verme Eduardo diventava padrone della sua vita, di quella “’nzalata” che aveva trovato già preparata “dint’’a ‘nzalatiera”: è una grande e amara lezione. E un’amara e grande lezione è nascosta nei versi, all’apparenza solo descrittivi, di Ferdinando Russo: “nfaccia ‘a ‘nzalata io so’ napulitano/ nce voglio ‘o fasulillo, ‘a patanella / tanto ‘e carota, acito paisano / e po’ nce ‘a spezzo, na pummarolella”.

Di poco si accontentano i Napoletani: ma ci sono dettagli a cui non rinunciano mai.