E’ polemica continua tra chi rimpiange i Borbone e chi, pur riconoscendo che i Piemontesi vennero da conquistatori, non solo non rimpiange la dinastia, ma la considera colpevole della disfatta del Sud. I “salari” e le “ giornate” di braccianti e muratori vesuviani, e i prezzi degli alimenti tra il 1830 e il 1860. Il problema del pane. Le riflessioni di un sindaco di Ottajano sul tema della povertà. Ricordiamo: un ducato, la moneta fondamentale del sistema economico- finanziario, si componeva di dieci carlini e di 100 “grana”; un “rotolo” corrispondeva a circa 900 grammi.
Coloro che rimpiangono i Borbone ricordano a noi che non li rimpiangiamo le meraviglie della città di Napoli, i “primati” culturali e industriali: dimenticano, lor signori, che il Regno non finiva a Napoli, e che anche gli “umili” delle terre prossime alla capitale erano in gran parte “mangiafoglie”, perché i maccheroni se li potevano permettere solo di tanto in tanto. E gli “umili” costituivano – dicono gli “statini” dei Comuni vesuviani – la parte più numerosa di ogni comunità.. Inoltre, come scrive De Augustinis in una relazione del 1833, il ciabattino si sentiva più povero che nel 1806 solo perché piaceri naturali ma non necessari erano a poco a poco diventati irrinunciabili: la tazza di caffè, che costava due grana, le camicie di tela, l’abito della festa, e “di quando in quando” lo svago di qualche spettacolo. A metà del secolo gli operai stagionali guadagnavano 25 grana al giorno, un capomastro “portando seco tutti gli attrezzi e utensili” da 30 a 40 grana, il suo aiutante 5 grana in meno, i muratori manovali da 12 a 25 grana, i braccianti 15 grana e in più un piatto di verdura o un pezzo di baccalà fritto e due bicchieri di vino “acquata”. Il baccalà e lo stocco costavano da 8 a 12 grana al rotolo, le alici salate 28 grana, l’olio di Calabria 19, l’olio “fino” 22, il pane “di azzimatura” 3 grana, “di seconda farina ” 4, “di fiore di grano cignarella” 5,5, i maccheroni “fini di semola di saragolla” 8 grana, la pasta “da ingegno”, cioè fatta a macchina, 7 grana. Un rotolo di “vitella” lo si pagava non meno di 16 grana, 14 grana un rotolo “di carne vaccina di ottima qualità”, da 12 a 14 grana l’agnello e il castrato. Si comprende chiaramente che la classe degli “umili” non si poteva permettere di servire a tavola la “carne vaccina” e considerava un lusso anche il baccalà e lo stocco: perfino un rotolo – circa gr.900- di pasta fatta a macchina costava la metà della paga giornaliera di un bracciante. Quale fosse il livello dei consumi, nessuno si curò di saperlo, se non in quei termini assai vaghi che i documenti ci hanno trasmesso. Durante la crisi economica del 1853-‘ 55 l’Intendente di Napoli inviò nel territorio ispettori fidati, perché controllassero, in incognito, come i Sindaci provvedevano ai bisogni dei “miseri”. E quelli gli riferirono, all’unanimità, di aver trovato solo “indifferenza davanti alla miseria che affligge la classe infima della popolazione”. Nel fragile sistema del capitalismo napoletano la miseria, come il colera, attaccava anche i “galantuomini”, i cui beni potevano dissolversi repentinamente per un raccolto bruciato dal Vesuvio, per un investimento poco felice, per un appalto sfortunato. Così scrisse nel ’55 all’Intendente il Sindaco di Ottajano, chiedendo il permesso di aiutare un ” galantuomo” ridotto in povertà e colpito da apoplessia: “L’umanità soffre immensamente quando vede il povero soffrire – in bella “povero” fu corretto in “umile”sotto l’impulso dell’autocensura- , ma più risente le afflizioni quando quegli sciagurati appartengono non all’ultima classe, ma bensì a quelle delle persone ben nate e che per volubilità della instabile fortuna trovansi nella massima miseria.”. La povertà della” classe ultima” faceva paura nei momenti di disordine politico. Nell’agitata primavera del ’48 i decurioni di Palma riferirono preoccupati all’ Intendente che le selve del demanio erano “giornalmente danneggiate dalla sfrenata popolazione indigente”. La quale, tre anni dopo, volendo il Decurionato convincere l’Intendente di Caserta che non era giusto vendere il demanio di Palma al barone Compagna, venne pateticamente descritta mentre si aggirava tra i boschi del demanio cercando i “mezzi da vivere con raccogliere i felci, le fronde, l’erba, il fieno, fragole, asparagi, castagne selvagge, ghiande.” Il pane era uno dei più importanti “segni” economico-sociali. Durante le indagini sui misfatti della banda Pilone, Sebastiano Cimmino, proprietario di Terzigno, dichiarò di sospettare che il suo concittadino Carmine Pagano fosse un manutengolo dei briganti perché, pur essendo egli un bracciante, mangiava il “pane bianco della Torre Annunziata”. Nel febbraio del 1861, a Nola, le forze dell’ordine circondarono la masseria del Crocefisso con la certezza che il colono Pasquale Iovino ospitava il latitante Domenico Della Gala, fratello di Cipriano, perché aveva comprato “fiore di farina per manipolare pasta a mano, aveva fatto un forno di pane e sull’imbrunire comprato in Nola un gran caraffone di vino, ed egli e la famiglia non avevano fatto la mattina il consueto pasto”. I sindaci erano responsabili del peso e della qualità delle forme di pane. Gli Intendenti lo ricordavano con ossessiva insistenza e di tanto in tanto adottavano esemplari provvedimenti di censura nei confronti degli amministratori che non svolgevano quel compito con la necessaria attenzione. La tutela dell’ordine pubblico imponeva tale rigore, poiché si temeva che dalla carestia o dal rincaro del pane venissero innescati moti di piazza: inoltre, durante il colera del ’37, si era diffusa l’opinione che l’infezione fosse germinata dalla farina guasta.

