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Chi governa e chi governerà questo territorio dovrà prima o poi fare i conti con storie di vita piene di disillusione. Parliamo delle tante eccellenze napoletane senza far finta però che non si stia vivendo un dramma. Se è vero che questa città non è seconda a nessuna, è vero anche che è la prima a dire addio ai suoi ragazzi.

Non è difficile consultare su internet i dati sconcertanti della così detta “fuga dei cervelli”, una triste realtà che vede, negli ultimi anni, un’esponenziale crescita del numero dei ragazzi che vanno via dalla nostra nazione e soprattutto dalla nostra città. Il pessimismo o l’allarmismo è di sicuro inutile, sono in tanti a pensare che “bisogna restare nella propria terra e combattere per la crescita!” ma quest’ottimismo ahimè, non basta a risolvere un fenomeno nato prima di tutto per rispondere ad una necessità primaria: senza lavoro, senza opportunità, i ragazzi sono costretti ad andare via.

Le storie personali di tanti dipingono un affresco fatto di sacrifici, di lavori a nero o sottopagati, di infiniti stage non remunerati, di impegni, di “voglia di restare nella propria terra”, e nonostante tutto ciò la risposta dell’occupazione è troppo spesso misera e inefficace. Fa male lasciare Napoli, fa male lasciare qualsiasi città dove crescono le proprie radici, dove si rafforzano le ambizioni, dove si coltivano gli affetti più cari ed è per questa ottica che, probabilmente, non bisogna dare per scontato un fenomeno che sembra coinvolgere marginalmente le alte cariche istituzionali, troppo impegnate a perdere tempo e a proporre riforme finalizzate al consenso elettorale piuttosto che alle reali necessità. Non si tratta di autocommiserazioni, non si tratta di scarsa tenacia, quella maggioranza che va via lo fa perché davvero non ne può più. Mentre liberamente si sceglie che “bisogna combattere qui senza arrendersi”, gli anni passano, il tempo vola, i sacrifici si accumulano e i riscontri positivi dell’impegno dato gratuitamente non sono mai minimamente capaci di avvicinarsi a ciò che può assomigliare ad un lavoro. Ma cosa accade nel cervello di chi parte? Quali sensazioni vive chi ha studiato e lavorato qui, senza nessuna possibilità di crescere o di avere almeno un’occupazione dignitosa e retribuita con il giusto valore?

Lo abbiamo chiesto a Davide Porzio, classe ‘85, un napoletano, uno dei tanti con laurea 110 e lode (perché, al di là dei noiosi preconcetti, a Napoli sono davvero tantissimi i ragazzi preparati), uno di quelli che ha preso la decisione di provare semplicemente a rivendicare il diritto alla dignità. Davide si è trasferito a Francoforte e la prima curiosità chiestagli è come si fa a vivere in un posto così diverso da Napoli? “Clima mite, buon cibo, ambiente internazionale, facce sorridenti e rilassate, due ore d’aereo da qualsiasi posto d’Europa, un aeroporto internazionale più grande di molte città italiane, servizi che funzionano come dalle nostre parti non siamo abituati neanche a sognare. Non é difficile ambientarsi in questa parte della Germania, non se sei uno che un po’ il mondo l’ha visto, che un po’ di cose le ha capite. Non é difficile ambientarsi a Francoforte, ma é difficile lasciare Napoli”.

Sia ben chiaro, sia chiarissimo, che questa riflessione non è un tentativo di sminuire la tempra di rivalsa del nostro territorio ma piuttosto questo grido provocatorio vuole mostrare una duplice verità: la nazione sta facendo davvero troppo poco sminuendo il problema e non cogliendone le pericolose conseguenze. Ormai, per chi vuole lavorare dignitosamente, sta diventando sempre più inevitabile e necessario lasciare questa città. Ed è gravissimo. Torniamo a Davide e alla seconda domanda: Cosa ti manca di più di questa città?

“Mi manca la mia famiglia, i miei amici e mi manca Napoli. Io cerco di spiegare che andare via da Napoli non è la stessa cosa che andare via da qualsiasi altro posto. Se sei nato a Napoli, non sei nato altrove, e se vai via da Napoli, Napoli ti mancherà come una delle persone a te più care. Forse perché nell’infinito perdersi tra i suoi vicoli, come in trent’anni mi é capitato migliaia di volte, non riesci a sentirti solo neanche se è proprio quello che vuoi. Forse perché quelle mura di tufo, quei portici, quegli androni giganteschi, sembra che ti parlino, che ti accompagnino. Forse perché a nessuna città al mondo è chiesto di avere una personalità, ma Napoli ce l’ha, con tutti i difetti di un carattere complesso e impenetrabile, che può essere amabile e deprecabile. Poi quel momento arriva, ed è come quando l’unica donna della tua vita, quella che hai amato come non amerai nessun’altra, ti guarda negli occhi senza riconoscerti più, e ti dice che per lei è finita. Ti dice che in nessun modo, neanche provandoci, riuscirebbe più a darti quello di cui hai bisogno. Si prende il cuore, te lo strappa, te lo mette tra le mani e ti chiede di andare per la tua strada, come se niente fosse successo. Come fosse una lavagna, cancella un racconto lungo trent’anni, si batte le mani per lavar via il gesso, ed é subito pronta a ritornare a scrivere.

Un’altra storia, un altro racconto, un’altra vita, in cui tu praticamente non esisti più. Così è stato. Io me lo ricordo. Napoli a un certo punto ti guarda, e mentre a te passano davanti agli occhi le immagini delle infinite volte in cui ti ha cullato, saziato, sconvolto, ti dice che tutto questo non succederà mai più. Che è finita. Ti apre la valigia e, alla rinfusa, prende a buttarci dentro ricordi, camicie, lacrime e calzini. Che tu vorresti almeno trovare la forza per prenderle i polsi e dirle ‘Che, diavolo! Almeno quella maledetta valigia vuoi farla tu?’ In tre mesi la Germania mi ha dato forse più di quanto Napoli mi abbia dato in trent’anni, e senza chiedermi in cambio neanche una goccia di quel sangue che la mia città si prendeva ogni giorno, con violenza e disperazione”.

Un’ultima domanda, ci vuole più coraggio ad andarsene o a restare? “Questo io me lo chiedo ancora oggi e mi rispondo con fatica. E mi dico che tanto non fa alcuna differenza. Io ho deciso che quello era il momento della mia vita in cui dovevo andarmi a prendere tutto quello che non avevo mai avuto, anche se questo avrebbe significato perdere tante altre cose. Solo gli alberi hanno le radici. Io non sono un albero. Andrò via di nuovo, magari tornerò. Perché sono certo che arriverà di nuovo quel momento in cui sentirò la necessità di andarmi a prendere ancora qualcosa che sento di meritare. Per il momento mi fermo, comprendo, e sento. Le giornate si allungano e la primavera pare stia arrivando anche qui. Certo con più sforzo, con più fatica. Ma si sa, i fiori più forti, quelli più belli, nascono dai germogli che hanno faticato di più per schiudersi”. La colpa non è di Napoli, ma di chi l’ha venduta al miglior acquirente. Questa città non merita di essere definita come un “luogo dove si vive male e non si cresce”, ma per cancellare questa etichetta bisogna fare di più, molto di più, altrimenti tanti giovani andranno via e questa città senza i suoi ragazzi sarà come il panorama dello splendido golfo senza più nessuna musica di sottofondo, fermo in un crepuscolare silenzio di rabbia e di solitudine.