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Napoli

Caro Totò, scusa se non ti abbiamo amato allora, noi che ora ti amiamo assai

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Cinquant’anni fa, il 15 aprile del 1967 ci lasciava Totò, al secolo Antonio De Curtis. A lui è dedicato questa settimana il commento della rubrica “La Campania… in punta di penna” scritto usando i titoli delle sue canzoni per raccontare una storia. La sua e della sua Napoli.

 

A chi non lo sapesse, Napoli ha avuto un grande figlio, si chiamava Antonio De Curtis. Eri tu, caro Totò, e la tua arte è stata A cchiu bella che una città potesse desiderare di veder nascere, crescere e far ridere e sognare. E quando 50 anni fa ci hai lasciati, è stato come un Ammore perduto. Questa terra, le sue donne e le sue bellezze ti hanno reso grande un uomo, e tu hai ricambiato il favore, in un tempo infinito, senza Calennario. Napoli è casa dei napoletani, “E’ Casa mia”, dicevi, principe della risata partenopeo. Caro Totò, Che me diciste ‘a ‘’ffa che Napoli era tutta una bellezza e Con te sarebbe stata conosciuta e tu l’avresti resa famosa in ogni dove, se poi dovevi lasciarci senza che t’avessero mai apprezzato in vita? Solo un Core analfabeta poteva non capire di quale grandiosità eri dotato, caro napoletano illustre e quale Felicità avresti regalato col tuo essere burattino senza fili e burattinaio in palcoscenico della risata, in un Girotondo infinito tra le scene dei tuoi film su quella pellicola impresso, che ti ha reso eterno. Nelle tue movenze, nelle tue caricature dove prendevi in giro il Mondo facendo cantare quell’indimenticabile Malafemmina, seppur tu le donne le amavi e le Miss mia cara miss, amavano te. Napule, tu e io lo sappiamo bene quanto valevi in vita prima ancora di diventare il mito che sei e sempre sarai, tu che di Napoli avresti detto sempre: “Me songo annammurato” e Napoli ha ricambiato. Ora Si fosse n’auciello volerei in cielo per dirtelo, caro Totò, quanto Napoli ti ha reso la gloria che meriti, la grandiosità che ti sei guadagnato facendo dimenticare il Veleno che ti hanno fatto bere quando ignavi della tua arte ti hanno in povertà lasciato lasciarci. Ti direi, caro Totò, Stamme a sentì, tu lo sai la vita è come A’ livella e quando saremo dove sei tu ci farei ridere senza pellicole e ciak, senza spalle e attori per darti A’ Statuetta che danno in quella notte americana dei grandi premi e O core tujo riprenderà a battere più forte come se fossi sul Lungomare di quella Margellina blu della tua bella Napoli, del tuo quartiere, la Sanità che si godrebbe questa città Abbracciato ‘cu ‘tte.

 

 

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