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Ripubblico un articolo già pubblicato nel 2011. Madonna dell’ Arco e gli stazzi lungo gli alvei del Somma erano l’approdo  invernale delle greggi provenienti dall’ Avellinese.  Come si costruirono il mercato del capretto e l’arte dei macellai anastasiani.  “’O capretto int’’a votta”. Nel 1892 il sindaco di Napoli dichiara guerra al capretto anastasiano: una guerra assai aspra, che dura sei anni. La clamorosa protesta del corteo guidato dal sindaco Liguori.

 

Sono chiare le ragioni storiche che fecero nascere e alimentarono la fama del capretto di Sant’Anastasia: le greggi dei Domenicani, di cui fanno menzione i cronisti dell’eruzione del 1631; gli stazzi lungo gli alvei del Somma, che i Domenicani e i privati davano in fitto ai pastori avellinesi, protagonisti di una transumanza interna che meriterebbe di essere descritta; la fiera di Pasqua ; il grande numero di taverne e cantine tra Somma e Volla, in cui Carlo Augusto Mayer, Gregorovius, Jacob Abbott, l’autore della prima Guida turistica della provincia di Napoli in lingua inglese, e poi Mario Soldati e Domenico Rea si sedettero, tra folle di anonimi avventori, a gustare lasagne, arrosti di capretto, ‘ntruglietielli, la pastiera di grano, i liquori alle erbe.

Nella storia dell’alimentazione vesuviana un capitolo intero tocca di diritto alle “pastiere di grano“ che Antonio Menichini di Ottajano e Gaetano Angrisani di Sant’Anastasia preparavano, nei primi anni del Novecento, secondo le ricette di conventi e monasteri, e un altro capitolo tocca a una cinica “specialità“ dei macellai di Sant’Anastasia e di Pollena, “‘o crapetto int’’a votta“, il capretto lattante cresciuto dalla nascita, e non oltre un anno di vita, in una botte, perché la coscia restasse tenera, non si indurisse nello zampettare sulle pietre. Ferreo fu il controllo che i Borrelli di Sant’Anastasia esercitarono, almeno fino al 1875, sul contrabbando che immetteva ogni giorno carni macellate fresche e carni salate nella città di Napoli attraverso il “porto franco“ della barriera al Ponte della Maddalena.

Per tutto l’Ottocento i sensali anastasiani controllarono il commercio degli ovini a Teverolaccio di Succivo – il più importante mercato per il rifornimento alimentare di Napoli -, a Nola, a Maddaloni: l’ultimo importante sensale, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, fu Marino Paparo. Non dobbiamo meravigliarci se i nomi di mercanti e macellai di Sant’Anastasia compaiono, non raramente, nei registri di polizia come ricettatori e incauti acquirenti di capretti, agnelli e vitelli che le bande dei razziatori vesuviani portavano via dagli ovili e dalle stalle di Acerra e del Pantano di Aversa. La storia dell’alimentazione di Napoli comprende anche un capitolo “nero“, quello della delinquenza organizzata che a partire dal regno di Murat controlla, con la feroce logica dell’impresa di camorra, il mercato di tutta la linea degli alimenti, dai cereali al vino.

Se non si scrive questo capitolo “nero“, in cui la delinquenza del vesuviano e del nolano ha un ruolo centrale, ancora durante gli anni del fascismo, e, per alcuni aspetti, ancora oggi, ogni Storia della camorra risulta monca.

La guerra “daziaria“ contro il capretto di Sant’Anastasia venne dichiarata dai mercanti e dai macellai di Napoli nel 1854. Ci fu, subito dopo, una tregua trentennale, interrotta ogni tanto da proteste e “pronunciamenti“, soprattutto quando tra le greggi infierivano morbi infettivi. Infine si ricorse di nuovo alle armi: nel 1890 il sindaco di Napoli, Giuseppe Caracciolo marchese di Santagapito e di Torella, dispose che la carne di capretto anastasiano venisse sottoposta, presso le barriere daziarie, a ferrei controlli sanitari: si cercava il pretesto per bloccare definitivamente l’arrivo quotidiano di carne ovina da Sant’ Anastasia, e in particolare, dei capretti e degli agnelli “lattanti“, assai richiesti dai ristoranti e dalla “classe agiata“.

Ma le carni dei capretti anastasiani superarono ogni controllo, grazie anche allo scrupoloso lavoro dei veterinari dell’Ufficio Sanitario, in quegli anni diretto dal dott. Tommaso Liguori, fratello del sindaco, e all’organizzazione del macello comunale, che il regio pretore mandamentale descriveva, in una sua relazione, come “prossima alla perfezione, tanto che in questo macello non si avvertono i fetori di cui è sempre corrotta l’aria di luoghi consimili“. Nel dicembre del 1892 il sindaco di Napoli, Salvatore Fusco, rotti gli indugi, decretò che venissero chiusi tutti i varchi daziari alla carne ovina che proveniva da Sant’ Anastasia: ai sensi dell’ art. 20 del Regolamento del Macello di Napoli, che vietava l’immissione in città di capi di “bestiame minuto“ macellati, il cui peso superasse i 3 kg. Il sindaco Liguori prima cercò di ammorbidire, con l’aiuto del Prefetto, il collega napoletano, poi, risultando sterile la via diplomatica, si rese protagonista di un’azione clamorosa: alle quattro del mattino del 28 gennaio 1893 si presentò alla barriera daziaria della Marina, alla testa di un corteo di mercanti e “chianchieri“ di Sant’ Anastasia e di carri carichi di ovini macellati. I cronisti, che, avvertiti, erano accorsi sul posto, furono testimoni della violenta protesta del sindaco, dell’imbarazzo delle guardie che, data anche l’ora, non sapevano a chi chiedere lumi, e della prontezza degli anastasiani, che, approfittando dello sconcerto delle guardie, superarono la barriera e introdussero in città il loro prezioso carico.

Ma il sindaco di Napoli resistette a ogni pressione: non ritirò il decreto nemmeno quando il Tribunale diede ragione, in prima istanza, ai sensali e ai mercanti di Sant’Anastasia, i cui interessi erano difesi dagli avvocati Coppola e De Luca. Vi furono altre clamorose proteste degli anastasiani che lavoravano nel settore: quasi 500 degli 8700 abitanti della cittadina. Infine, bloccate le strade, reali e metaforiche della legalità, vennero ripristinati rapidamente i percorsi del contrabbando: tra l’altro, il chiasso intorno alla vicenda aveva fatto una grande pubblicità ai capretti vesuviani, e la richiesta del mercato aumentava di giorno in giorno. Venne rispolverata la pratica più antica e collaudata, la corruzione dei controllori; ma nel marzo del ’94, nell’imminenza della Pasqua, i carabinieri fecero un po’ di pulizia alle barriere arrestando contrabbandieri di carni, di vino e di spirito, e un buon numero di guardie daziarie. La guerra finì nel 1898.