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Napoli e le botteghe dei colori: da Peppino Tipaldi ad Antonio Laezza, l’ultimo grande “colorista” che preparava personalmente i pastelli e i colori ad olio, mescolando pigmenti, minerali e “leganti”. Era famoso anche per le vernici, elogiate da Carlo Siviero, e richiesto anche da pittori non napoletani era il suo “giallo di Napoli”, un colore fondamentale per i paesaggisti.

 

A metà dell’Ottocento la bottega di colori, tele e pennelli più importante di Napoli è ancora quella di Giuseppe Tipaldi, a Monteoliveto. Tipaldi è a lungo protagonista di un equivoco: nel 1855 il giovane Domenico Morelli presenta in mostra “Gli Iconoclasti”, e il quadro attira l’attenzione anche del re Ferdinando II. Si diffonde fin dal primo momento la voce che al monaco- pittore, figura centrale dell’opera, Morelli abbia dato le sembianze di Peppino Tipaldi, ma in realtà il modello è stato un giovane liberale, amico del pittore, Pellegrino Tipaldi. Il “bottegaio” dei colori si sposta da Monteoliveto a via Chiaia, e qui l’attività viene poi gestita dal figlio e dalla sorella, che però si limitano a vendere articoli di cancelleria e i colori “chimici” Windsor e Newton usati dai dilettanti. Nella seconda metà dell’Ottocento la bottega più importante diventa quella di Antonio Laezza, alla salita Museo, poco lontano dall’Istituto d’Arte. E un allievo dell’Istituto descrive il Laezza mentre passa le polveri attraverso un macinino, le frantuma con una spatola di acciaio, e le mescola nell’olio di lino più volte purificato e filtrato. I colori vengono raccolti in tubetti, il cui costo è modesto, anche quando si tratta di lacche, di cinabri e di azzurri oltremarini: Laezza può mantenere bassi i prezzi perché controlla il mercato delle materie prime. Risultano costosi i pastelli, ma solo perché i leganti oleosi vengono dalla Puglia e dalla Calabria. Consigli preziosi gli dà il fratello Giuseppe, che sarebbe diventato un grande pittore se si fosse dedicato totalmente all’arte: egli è un notevole studioso delle tecniche pittoriche di Smargiassi e dei pittori della Scuola di Posillipo, e approfondisce lo studio della tecnica dell’acquerello, anche se Antonio mantiene limitata la produzione di acquerelli. La “fama” della bottega è sostenuta dalla bontà del prodotto e dal nome dei clienti, Morelli, i Palizzi, Toma, De Nittis che quando viene a Napoli in vacanza si procura sempre una ricca scorta di pennelli, di tubetti di colore e di vernici, la cui trasparenza era straordinaria.

Scrive Carlo Siviero che “ancora oggi, a distanza di sessanta o di settanta anni, certe tele di Morelli, di Palizzi, di Mancini, di Michetti e di Toma sembrano dipinte ieri”, grazie alle vernici di Laezza.Pittoresca è la descrizione che Siviero fa di Don Antonio: “ S’era lasciato crescere il pizzo come Maldarelli e come Solari: gli mancava la zazzera, perché non aveva capelli: ma con un berretto rosso celava la calvizie e dava accento più vivo di colore all’insieme della fisionomia”. Don Antonio trattava con cordiale attenzione non solo i clienti di grande nome, ma anche i giovani, a cui spiegava pazientemente le caratteristiche di ogni colore. Metteva a disposizione dei dilettanti un listino di “colori già pronti”: “color carne di vecchio”, “color carne di giovane”, “color verde fogliame” e così via. Ma il “giallo di Napoli” era riservato solo ai grandi artisti. Il “giallo di Napoli” – lo chiamano da sempre così, in tutta Europa- è un giallo vibrante, la cui luminosità si sviluppa per gradi. Gli impressionisti e Cézanne lo consideravano un colore indispensabile, perché si accorda ai toni dell’ocra e del vermiglio, e risulta fondamentale nella “resa” del cielo quando su di esso si stendono i bagliori dell’alba o quelli  del primo tramonto: lo si vede chiaramente nel “Golfo di Napoli” (1841), il dipinto del pittore russo Ivan Ajvazovskij che apre l’articolo. E’ probabile che nella preparazione del suo “giallo di Napoli” Antonio Laezza seguisse la “ricetta” del Brunner, che all’antimonio e al piombo aggiungeva anche il tartaro. E’ probabile anche che l’antimonio e il piombo abbiano  procurato seri danni alla salute del “colorista”, così come li procurarono a molti pittori.