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Amare una squadra non vuol dire amare anche il presidente, ma alla convivenza non c’è alternativa (per ora)

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Le uscite di De Laurentiis fanno sempre discutere: colpa di una malattia che si chiama protagonismo.
Per provare a capire il senso dell’intemerata uscita del presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis mercoledì sera, dopo la partita persa contro il Real Madrid per 3 a 1, bisogna fare un passo indietro e andare al giorno della vittoria del trofeo più stupido ma allo stesso tempo più entusiasmante vinto dagli azzurri: la Supercoppa di Lega del 2014, disputata il 22 dicembre a Doha, in Qatar, al Jassim Bin Hamad Stadium. La storia è nota: il Napoli la vinse contro la Juventus ai rigori dopo una gara estenuante. Quel giorno, De Laurentiis provò a mettersi al centro della scena nel modo più goffo: al momento della premiazione cercò di alzare la coppa per primo, prima ancora del capitano Hamsik.

Sta tutto qui Adl: un protagonismo eccessivo, un egocentrismo che gli fa dimenticare che il suo ruolo è far alzare le coppe ai calciatori e poi, giustamente, passare all’incasso, non certo mettersi sotto i riflettori.
Uno che ci tiene così tanto ad intestarsi le vittorie, ovviamente non vede l’ora di trovare i capri espiatori delle sconfitte. E poco importa che tre palloni al Santiago Bernabeu non rappresentino una disfatta: c’è da prendere le distanze e, già che ci siamo, da bacchettare mister Sarri, l’allenatore che i napoletani amano tanto, troppo (perché chi è egocentrico è anche geloso dei successi degli altri, of course).
E poi: vuoi mettere la voglia matta di apparire in tv, di far vedere a Sacchi and company che anche lui è competente di calcio (quando in realtà la sortita sulla “linea alta” è semplicemente ridicola)?
Questo è il presidente del Napoli e ai tifosi tocca tenerselo. Tenerselo stretto magari no, ma tenerselo e basta sì, per forza. Siamo in grado di scovare altri azionisti? Siamo in grado di tirare fuori un’idea di azionariato popolare? L’allenatore, i calciatori, i dirigenti possono andare via da Napoli. I tifosi no: non possono e non vogliono. Del resto, restano fortunati quelli che stanno godendosi questo preciso momento storico, fatto di bel gioco, vittorie, campionati di vertice, Champions League, eccetera, eccetera.
Non sta scritto da nessuna parte che il presidente della squadra per cui tifi debba essere necessariamente amato, stimato, rispettato. Ma alla convivenza siamo condannati, almeno per ora. In futuro si vedrà.
Nota a margine sulla partita vinta col Chievo: il ritorno di Milik è stato piacevolissimo, il polacco è davvero un gran bel giocatore

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