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Almaviva, brutto colpo di scena: tutti licenziati a Roma. Tagli respinti solo a Napoli

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Alle tre di notte la rsu romana ha detto no all’accordo. 

Inaspettato colpo di scena in piena notte durante la vertenza Almaviva, un drammatico confronto  che sembrava essersi momentaneamente risolto poco dopo le 23 di ieri. E invece è arrivata la doccia fredda, proprio quando il governo,  l’azienda, i sindacati nazionali e territoriali, confederali e di categoria,  si erano accordati prima dello scoccare della mezzanotte, cioè alla scadenza della procedura di mobilità, per il congelamento di tre mesi , fino al 31 marzo, di tutti i 2511 licenziamenti  nelle due sedi di Napoli e Roma. A un certo punto però le rappresentanze sindacali unitarie, cioè i delegati sindacali, del call center romano hanno fatto un passo indietro decidendo, compatte, di non firmare l’accordo. E’ successo alle tre di notte, cioè quando si era ben oltre la scadenza della procedura. Lo sforamento era stato comunque tollerato proprio nel tentativo che la tremenda spaccatura si ricomponesse. Non è stato così. Alla fine solo la rsu di Napoli ha voluto sottoscrivere il patto. Una firma, questa, che ha almeno temporaneamente salvato gli 845 lavoratori partenopei, fino al 31 marzo appunto. Le due maestranze delle due grandi città italiane si sono quindi divise. La scelta coraggiosissima dei delegati di Roma, che nelle ore precedenti avevano ricevuto il mandato dall’assemblea dei colleghi di non firmare nulla, comporterà infatti il licenziamento a partire da oggi di tutti i 1666 addetti della sede capitolina di Almaviva: una mazzata incredibile all’occupazione e alla produzione del territorio.  Tanti lavoratori di Almaviva Roma non volevano cedere a nessun ricatto: “nessun probabile accordo in deroga  al contratto nazionale di lavoro per tagliare i salari in cambio della conservazione del posto”. E così è stato fatto. Niente firma dei romani,  che hanno preferito farsi licenziare piuttosto che proseguire, come molti hanno commentato attraverso i social, “in una umiliante agonia dei diritti individuali e dei salari già molto bassi”. Diverso invece l’atteggiamento dei delegati napoletani, che non avevano ricevuto lo stesso mandato dei loro colleghi  romani e che provengono da una realtà sociale più difficile di quella capitolina, anche se non più di tanto ormai . “Roma ha deciso di votare no all’ipotesi di accordo – racconta Francesco De Rienzo, rsu della Slc Cgil di Almaviva Napoli e testimone oculare di quanto avvenuto – alle tre siamo andati al voto nominale nel parlamentino del Mise e loro, i colleghi romani, in quindici, compatti, si sono rifiutati di firmare. Noi napoletani abbiamo vissuto con tristezza questa scelta dei nostri compagni. Abbiamo provato fino alla fine a convincerli a votare per il si all’ipotesi di intesa ma non c’è stato niente da fare.  “Abbiamo avuto il mandato dai lavoratori e a questo mandato dobbiamo tenere fede”, mi hanno risposto”. Subito dopo è stato decretato di separare le due procedure e di dare il via ai licenziamenti per la sede di Roma. Che da oggi resterà chiusa. Qui tutti i 1666 dipendenti sono stati inseriti in permesso immediatamente dopo il no, in attesa delle lettere di licenziamento che formalizzeranno l’estromissione forzata definitiva dal posto di lavoro. A ogni modo  – spiega ancora De Rienzo – la chiusura della procedura di mobilità e l’ accordo sanciscono, ormai solo per noi di Napoli purtroppo,  l’apertura di un tavolo di trattativa su tre punti:  applicazione in sede aziendale delle disposizioni di cui all’articolo 4 della legge 300 dello statuto (il controllo individuale),  il recupero dell’efficienza produttiva e un intervento temporaneo sul costo del lavoro”. “Abbiamo responsabilmente evitato 845  licenziamenti – aggiunge il delegato della Slc – ora inizia un percorso forse ancora più difficile e che sicuramente dovrà passare al vaglio dei lavoratori”. Le prossime mosse sono già in cantiere. ” Intanto – conclude il delegato sindacale – abbiamo altri tre mesi di tempo, e questo è  importante, mesi che saranno tamponati con la cassa integrazione a  scalare dal 31 dicembre al 7 aprile, dal 100 per cento al 50 per cento” .  Se al termine dei tre mesi di congelamento dei tagli i sindacati e le rsu di Napoli sottoscriveranno l’accordo definitivo daranno il via a un patto in deroga al contratto nazionale di lavoro. Cosa che potrebbe ripercuotersi come una valanga  su tutto il settore dei call center. Almeno queste sono le premesse. Che potrebbero però cambiare in questi tre mesi di prosecuzione della trattativa.

 

 

 

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