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All’improvviso, nel teatro delle chiacchiere irrompe la Morte “pazza” e ci dice qual è l’Italia vera….

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I vecchi chiamavano così la Morte provocata da cause che a loro apparivano insignificanti. Le vittime della Morte “pazza” o “scema” suscitavano pietà: i vecchi credevano che fossero state sacrificate perché i vivi capissero qual è la realtà dell’esistere. Ma vedo che, nonostante la Puglia, il “virtuale” è ancora più forte del “reale”. Almeno, così pare……….

 

Perché? ( La visione di San Paolo)
La morte naturale non esiste,ogni morte è un assassinio ( G. Bufalino)

 

Erano i primi anni ’60. Morì il giovane garzone di un”cavallaro” amico dei miei zii. Morì per una ferita sul palmo della mano, che tutti avevano giudicato innocua. Un medico spiegò ai miei zii che la ferita era diventata mortale perché l’avevano infettata gli escrementi dei cavalli. “Portano il tetano. Bastava che nel pulire la stalla si proteggesse la mano con un guanto. E’ stata una morte scema, una morte pazza.”. Questo motivo della morte “pazza” o “scema”, lo sentii intonare più volte in quegli anni in cui si credeva che anche il ristagno del latte nel seno di una donna che da poco aveva partorito potesse essere mortale. E mi ricordai di quel “motivo”, quando commentai, nella mia tesi di laurea, un epigramma di Marziale: in un giorno di grande freddo un ragazzo passa sotto l’arco di un acquedotto, lungo una strada sempre umida. Dalla volta dell’arco si stacca un pezzo di ghiaccio che, come un pugnale, si infila nella nuca dell’infelice, lo uccide e poi si scioglie nel sangue. Nessuno capirà come è morto il ragazzo, nessuno potrà credere, dice il poeta, che sia stato l’acqua ad ucciderlo. I vecchi parlavano con rispetto delle vittime della “Morte pazza” o “scema”: “sentivano” che la Morte si era servita di quegli infelici per mandare un messaggio agli altri, per costringerli a non illudersi, ad accettare la desolante verità del volto sfatto e inespressivo che la Vita rivela, quando si strappa via la maschera delle pomate e dei profumi.

In Puglia la Morte “scema” ha voluto la strage, e vi ha messo dentro tutto ciò che serve a scuotere, a sbigottire, a scatenare l’Urlo: i morti e i feriti sono studenti e operai, giardinieri, imbianchini, i morti sono fatti a pezzi, a pezzi così piccoli che Eliot li avrebbe chiamati “sussurri”, una sola linea ferroviaria, senza segnali, un telefono che non squilla, o forse squilla ma nessuno lo sente, il tempo è fermo, tra gli ulivi, ancora al secondo Ottocento, ma i fondi  per mettere tutto a posto l’Europa li aveva stanziati, ma  la gara, se è stata avviata, non è  stata completata, e poi la corsa dei due treni verso l’orrore, lo stupore di chi muore senza capirlo, senza sapere perché, la disperazione dei sopravvissuti, il lamento ancestrale dell’anziana signora che è riuscita a salvarsi e che grida “il sangue, il sangue”, il terrore dei parenti che vagano alla ricerca della lista dei vivi, della lista dei morti, e mostrano a tutti, impresso sul telefono, l’ultimo messaggio dei loro cari, inviato appena il treno si era messo in moto, o un attimo prima che si schiantasse, “aveva preso il treno, certamente”, sarà tra i morti o tra i vivi?

In mezzo agli ulivi la Morte “pazza”, cinica e immonda, indica un cimitero che ha la forma di un feroce groviglio di lamiere incartocciate e dice: questa è l’Italia. I viaggiatori di questi treni – ha scritto con commossa amarezza Nicola Lagioia (la Repubblica, 13 luglio)- “ad Andria come a Gallarate sono la realtà al quadrato, sono la testimonianza che Pier Paolo Pasolini aveva torto. Le facce che credevamo estinte con la modernità avanzata stanno tornando, restituite ai nostri sguardi dai disagi, dalle sofferenze, dalle difficoltà”.La piazza “virtuale” che frequento ieri pomeriggio piangeva, si sbatteva, accusava del disastro i Piemontesi, il Nord, il ministro Del Rio, oggi pare che si sia distratta. Scorre sullo schermo del mio computer il solito flusso di fotografie di spaghetti a vongole babà torte pizze cannelloni  fanciulle che escono dal mare – Venere da tempo è andata a nascondersi per la vergogna- nonne nonni cugini cognate bellissimi bellissime Dolce & Gabbana che dicono che torneranno, ma sono i loro cognomi che non mi convincono, e, ovviamente, immagini del mare pensieri filosofici cartoline.

Pare che la “piazza” virtuale voglia dimenticare, ma non è così: cerca di capire fino a che punto questa tragedia ha modificato i modi di vedere le cose e i modi di raccontarle e le scale dei valori. Dal portone di casa vedo una signora che parcheggia con destrezza la sua 500, scende, dà un’occhiata al cantiere di via Cesare Augusto, protesta a voce alta, per farsi sentire:” quando finirà questa vergogna”: ma un’altra signora, mentre trascina a fatica il borsone della palestra, ribatte con un sospiro: “Tu pensi alla strada, qua si muore per un niente, hai visto come sono morti quelli a Bari, per una luce che non si è accesa”. La storia quotidiana svapora e si annacqua: non penso più nulla delle banche, degli impiegati di Boscotrecase protetti dall’elmo di cartone, delle storie ottavianesi fresche di giornata e sonanti, rumorose, dei politici nazionali che hanno detto da subito, a una voce: troveremo i responsabili del disastro di Puglia , e non so se l’hanno proclamato alla prima apertura di bocca perché sentono veramente questo dovere, o perché hanno la coda di paglia, e vogliono chiarire che la colpa è degli altri.

Non leggo l’articolo sulla morte di Bernardo Provenzano, non mi interessa quello sul pentimento di Scotti, ricordo a un amico, su “fb”, che Provenzano è stato latitante per 43 anni a 43 metri da casa sua, e che Scotti è stato latitante per una trentina d’anni, e già si è pentito una volta, e diceva Fausto di Riez, un vescovo rivoluzionario del sec.VI, che uno deve pentirsi una volta sola, e per sempre, se no non vale.

Non dimenticherò mai più l’espressione del volto di quella signora che aspettava di sapere se suo figlio era morto, o vivo, o ferito: c’era nel suo sguardo l’odio per il proprio essere, per il proprio esistere lì e in quel momento, per il suo vivere: un odio assoluto, che nessuno saprebbe descrivere, e c’era una domanda che saliva, brutale, da tutto il suo essere fino a Dio: perché, perché ?

 

 

 

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