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Al “Cerchio di Estia “si è discusso di un tema particolare: “la donna e la vendemmia nella pittura napoletana “

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I pittori napoletani hanno dedicato molti e pregevoli quadri alle donne che portano via dalle vigne ceste piene d’uva, ma non c’è, fino alla Belle ‘Epoque, un solo quadro importante in cui la donna tagli i grappoli durante la vendemmia, o beva vino. Carmine Cimmino sviluppa il tema commentando opere di pittori napoletani dell’Ottocento, e citando poesie e canzoni di Viviani e di E.A.Mario.

 

L’ associazione “Il Cerchio di Estia”, che dedica grande attenzione all’ analisi del ruolo della donna nella nostra cultura, ha discusso, in un incontro che si è tenuto l’8 novembre, di un tema a prima vista particolare, direi “periferico”, ma rivelatosi poi di notevole importanza: “la donna e la vendemmia nella pittura napoletana”. Carmine Cimmino ha subito proposto, come punto di partenza della riflessione, la tendenza, già delineatasi nel mondo antico e poi trasformatasi in vera e propria norma a partire dal ‘500, a tenere la donna lontana da alcuni momenti della viticoltura e della vendemmia: la cura delle viti, gli innesti, la potatura e, infine, il taglio dei grappoli. Già nel mondo antico la cultura del vino è contaminata da immagini e da idee che tendono al “demoniaco”, al “panico”: basti pensare ai ritratti mitografici riservati allo stesso Dioniso – Bacco e a Sileno e ai Satiri che gli fanno da corte.Per questa ragione, soprattutto, il tema della “donna e il vino” resta fuori dalla letteratura e dalla pittura fino all’Impressionismo, e cioè fino a quel momento della storia in cui le donne incominciano a conquistarsi, nel sistema, nuovi spazi e nuovi diritti. Anche gli affreschi della pompeiana “Villa dei Misteri” non è certo che rappresentino l’iniziazione della donna ai segreti riti dionisiaci: qualcuno ha parlato di “misteri isiaci”, altri dei “Matronalia”, i riti di marzo in onore di Giunone Lucina. Nei registri delle masserie vesuviane che tra il’600 e l’800 vengono amministrate dagli ordini religiosi sono registrati i salari dei vendemmiatori: vi si legge chiaramente che le donne sono impiegate solo nel trasporto dei grappoli. La pittura italiana ha saputo descrivere la fatica terribile delle contadine: Cimmino ha illustrato il quadro “Bestie da soma” di Teofilo Patini (vedi immagine in appendice), e ha ricordato che opere di notevole valore Angelo Morbelli ha dedicato alle mondine e Giacomo Favretto e Giovanni Fattori hanno dedicato alle spigolatrici.

Nella lingua popolare l’espressione “ taglià’ a pigna”, tagliare il grappolo, conservò sempre una connotazione sconcia, essendo il grappolo simbolo e immagine della fecondità maschile, della potenza dionisiaca, e perciò  il taglio dei grappoli restò, nella realtà e nella pittura, esercizio riservato agli uomini, e la canzone napoletana e i pittori napoletani riconobbero solo agli uomini il diritto di confrontarsi, nei quadri, con il bicchiere di vino. Anche in questa tendenza ci sono i segni di quel “pudore” caratteristico dei costumi napoletani, che spinse i pittori a non dedicare eccessiva attenzione al nudo femminile, e che, a dire di J .P. Sartre, consentiva ai plebei napoletani che abitavano nei bassi di far l’amore con la porta aperta, quasi in pubblico, senza mai cadere nell’oscenità. Nella canzone la vite e il vino ora portano la gioia, ora alimentano in chi soffre o è disperato l’illusione di trovare il coraggio di affrontare i problemi o la speranza di dimenticarli. Cimmino cita qualche poesia di Viviani, e le canzoni“ Guapparia”, “ Totonno ‘e Quagliarella”, “Napoli che se ne va”, e legge sullo schermo – gli strumenti informatici sono manovrati con perizia da Elvira Miranda – i versi di “Canzona vesuviana”, che E.A. Mario dedicò a Ottajano: “Se ne sagliesse a parte d’Uttajano / chi vo’ campà’ cujeto, si vo’ bbene/….e saglie ‘o core mio ‘ncoppa’’ a muntagna/ addò ll’ammore ‘o vo’ fa’ fa’ ‘a  vennegna:/ vase ca so’ cchiù meglio d’’o sciampagne. / E quann’’a ‘ncigne, è tennera e sanguegna /’sta vocca rossa, ch’è ‘a cchiù bella vigna./Acene d’uva songo ‘e vase doce,/ e cchiù arzulenta è  ll’uva, e cchiù mme piace.”.

I quadri confermano questa tendenza culturale. Nella vendemmia e nelle vigne dei pittori i grappoli d’uva, già tagliati, sono solo ornamento allo splendore delle donne, che portano sul volto solo i segni della gioia: lo si vede chiaramente nei quadri di Michetti, nella splendida opera di Mario Borgoni, che fa parte della collezione della Provincia di Napoli, nella scena dipinta da Fortunino Matania, la cui immagine apre l’articolo. Sono tristi e irritate solo le donne di Vincenzo Migliaro che vanno a rimproverare i loro uomini, vinti, nelle osterie, dai boccali di vino. Alla fine, Cimmino ringrazia i presenti che hanno avuto la pazienza di ascoltarlo, ringrazia per l’invito e per l’ospitalità Consiglia Romano e Elvira Miranda, e dà appuntamento a tutti per il prossimo incontro, in cui si parlerà dei capolavori che la pittura napoletana ha dedicato a Maria, la Vergine Madre di Cristo.

 

 

 

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