Riceviamo dall’avvocato Vincenzo Nocerino e pubblichiamo
Fa caldo. Un caldo che sembra non avere più misura, che entra nelle case, nelle strade, nei corpi e nei pensieri. Si parla di temperature, di record, di notti tropicali, di aria condizionata, di città che diventano fornaci. E quasi inevitabilmente, quando si parla del clima, la memoria corre indietro.
«Una volta era diverso». È una frase che abbiamo sentito mille volte. E forse contiene una verità, anche se non sempre quella che immaginiamo.
Perché le estati di una volta erano certamente calde. Ma il rapporto con il caldo era diverso. C’erano meno mezzi per combatterlo e, proprio per questo, forse c’era una maggiore capacità di abitarlo. Il caldo non era soltanto un nemico.
Era acqua versata addosso per gioco, era una fontana trasformata in luogo di ritrovo, era il pomeriggio trascorso all’ombra, era un pezzo di anguria mangiato insieme. Era persino la possibilità, per i ragazzi, di togliersi le scarpe e camminare scalzi.
A piedi nudi. Una piccola trasgressione, forse. Ma anche una necessità. Il piede nudo cercava la terra, la pietra, la sabbia, l’erba.
Le scarpe, per qualche mese, diventavano quasi un impiccio. E camminare scalzi significava sentire il mondo: il fresco della terra, il calore della strada, l’erba che pungeva, la polvere che si attaccava alla pelle. Era libertà o necessità?
Probabilmente entrambe. E poi c’erano i giochi. Giochi semplicissimi, spesso senza giocattoli. Bastavano un gruppo di ragazzi, una strada, un cortile, un pallone, qualche oggetto trovato per caso. La povertà dei mezzi produceva ricchezza nell’invenzione.
L’estate aveva i suoi riti e uno di questi poteva essere l’anguria. Un’anguria diventava una piccola festa collettiva. Si divideva, si assegnavano ruoli, si stabilivano regole, si scherzava. Il frutto, enorme e fresco, diventava quasi un oggetto di gioco prima ancora che di consumo.
Attorno a quel rosso acceso si costruiva una piccola comunità provvisoria, fatta di complicità, sfottò, astuzie e risate. È interessante pensare che nella cultura popolare italiana il gioco non sia stato mai soltanto passatempo. Il gioco poteva riprodurre, rovesciare o mettere in scena i rapporti sociali.
Lo racconta, in un altro contesto, anche Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli, quando descrive la passatella, il gioco contadino della Basilicata.
Il “padrone” e il “sotto” decidono chi beve e chi resta a bocca asciutta: una bottiglia diventa così il centro di un piccolo teatro di potere, di ironia, di alleanze e di rancori. Levi osserva nella passatella qualcosa che va oltre il semplice divertimento: una sorta di “oratoria contadina”, nella quale attraverso il gioco emergono rapporti e tensioni della comunità. Non è difficile riconoscere, pur con tutte le dovute differenze, una stessa logica in tanti giochi popolari: le regole contano, ma conta soprattutto stare insieme.
Il gioco crea una parentesi nella vita quotidiana.
Permette di essere qualcun altro, di comandare per qualche minuto, di prendere in giro l’amico, di sfidarlo, di stringere un’alleanza e subito dopo romperla. È una delle cose che l’antropologia delle tradizioni popolari ci ha insegnato a guardare con attenzione. E forse è proprio questo che accade quando ricordiamo le estati di una volta. Non ricordiamo soltanto una temperatura diversa. Ricordiamo un modo diverso di stare al mondo.
Ricordiamo i ragazzi fuori casa. Le porte aperte. Le sedie davanti agli usci. Le voci che arrivavano dalle strade. Le fontane. Le secchiate d’acqua. Le corse. Le ginocchia sbucciate. Le biciclette. Le partite improvvisate. E quei piedi nudi che oggi sembrerebbero quasi una fotografia esotica di un’Italia scomparsa. Ma sarebbe sbagliato trasformare tutto in una cartolina nostalgica. Quelle estati erano anche fatica, povertà, case senza refrigerio, lavori duri sotto il sole, acqua non sempre disponibile. Il passato non era necessariamente migliore. Era diverso. E proprio questa differenza ci permette di capire qualcosa del presente.
Oggi disponiamo di strumenti straordinari per difenderci dal caldo. Condizionatori, ventilatori, automobili climatizzate, piscine, sistemi di raffreddamento. E tuttavia il caldo sembra essere diventato più insopportabile anche perché abbiamo progressivamente smesso di costruire intorno ad esso una cultura della convivenza. Una volta, quando il caldo arrivava, si usciva verso sera. Si cercava l’ombra. Si rallentava. Si stava insieme. Il corpo imparava a sopportare e ad ascoltare la stagione.
Forse la vera nostalgia non è allora per l’estate di cinquant’anni fa. È per un’estate nella quale esisteva ancora una certa disponibilità a stare fuori, a perdere tempo, a inventare un gioco con quello che c’era. Anche un’anguria. Anche una fontana. Anche una strada. Anche un paio di piedi nudi. E allora, mentre il caldo di questi giorni ci costringe a cercare rifugio nelle stanze fresche, può essere utile ricordare che un tempo l’estate non si combatteva soltanto. Si giocava. E forse è questa la cosa che abbiamo perduto più del fresco.


