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La storia di Emilia Del Tufo che aprì il ristorante nel 1919 e che- “sentenziò” Eduardo- “sape chello che fa…e io saccio chello che me mangio”. I piatti che, con il panorama, resero famoso il ristorante e conquistarono clienti di grande nome, da Beniamino Gigli  a Vittorio De Sica e a Luciano Pavarotti. La fama dei “posteggiatori”, e, in particolare, di Vincenzo Improta, detto “ ‘a radio”.

 

Il ristorante “ La Bersagliera” venne aperto nel1919, a Santa Lucia, da Emilia Del Tufo, che tutti, al Borgo Marinari, chiamavano “’a bersagliera” “per il suo incedere veloce e perché figlia di un bersagliere” (Giuseppe Giorgio). I genitori di Donna Emilia noleggiavano barche, e la ragazza, per aiutare la numerosa famiglia, incominciò a preparare piatti di pasta e “marenne ‘e pane” per pescatori e studenti. Quando vide che la sua “cucina” piaceva, la Del Tufo aprì il ristorante, e fin dal primo momento stabilì che i piatti sarebbero stati quelli della tradizione napoletana. Fu una decisione saggia, perché l’insalata di calamari, la frittura di triglie di scoglio, i vermicelli a vongole, il risotto alla pescatora e il ragù sollecitarono la curiosità e “consolarono” il palato non solo dei Napoletani, ma anche dei forestieri ricchi e famosi che, venuti a Napoli per diletto o per affari, alloggiavano nei grandi alberghi del quartiere.La sintesi dell’arte di Donna Emilia la fece Eduardo con una “sentenza” scritta su una fotografia: “ Donna Emilia sape chello che fa.. E io saccio chello che me mangio”. Racconta Giuseppe Giorgio che durante le “tavolate” nel ristorante Eduardo De Filippo ricordava ai suoi commensali che Donna Emilia non sopportava né barzellette sconce né “sguaiatezze”: e dunque stessero attenti. Nel film “Pane, amore e fantasia”, che è del 1953, Gina Lollobrigida interpreta il ruolo di una splendida popolana che tutti chiamano “la bersagliera”: e il soprannome era un omaggio a Emilia Del Tufo. In quello stesso anno Ingrid Bergman e Roberto Rossellini girarono sul terrazzo del ristorante alcune scene del film “Viaggio in Italia”.  Nel 1963 Liz Taylor e Richard Burton girarono tra Capri, Ischia e Napoli scene importanti del film “Clepatra” e della loro storia d’amore. Scrive Luciano Pignataro che i due “miti” del cinema alloggiavano all’ “Excelsior” e si facevano servire in camera i “piatti” di Donna Emilia: ma è certo che almeno due volte sedettero al tavolo del ristorante. Nell’agosto del ’67 Mino Cucciniello vide Mina, Augusto Martelli e Elio Gigante davanti a un piatto di spaghetti a vongole : proprio nell’estate di quell’anno il settimanale “Oggi” aveva invitato i lettori a votare il miglior ristorante d’Italia e tra i candidati c’era anche “La Bersagliera”. Totò, che, “tra una mancia e una regalia elargita ai lavoratori e ai poveri della zona” (G.Giorgio), “scendeva” spesso nel ristorante, girò gratuitamente uno spot per Donna Emilia e dispose che fosse proiettato prima dei suoi film in tutti i cinema di Napoli. Ma è lungo l’elenco dei personaggi famosi conquistati dai piatti di Donna Emilia, che morì nel 1969, e dei figli, dei nipoti e dei pronipoti: citiamo Beniamino Gigli, Salvador Dalì, Salvatore Quasimodo, Sofia Loren, Carla Fracci, Beppe Menegatti, Marcello Mastroianni, Luciano Pavarotti. Un capitolo importante della storia del locale venne scritto dai “posteggiatori”, da “Fortunatina” che negli anni’ 20 cantava e suonava il violino, dal chitarrista Antonio Altieri,  dai cantanti Francesco Pellegrino e Giovanni Petrucci, che rinnovarono la “gloria” di Vincenzo Improta, detto “’a radio”. Questo “tenore – narrante” ( Mimmo Liguoro) cantava accompagnato e sollecitato dalla chitarra di Efisio Pistis, dalla fisarmonica di Giuseppe De Blasio e dal mandolino di Donato Faraco: il suo cavallo di battaglia era la canzone “’A vongola”, scritta nel 1882 da Giovanni Capurro e Salvatore Gambardella e dedicata all’ immancabile Carolina, e alla  gioiosa sfrontatezza con cui ella inganna il suo fidanzato ufficiale: il quale però smaschera la traditrice: “ E tenive sempe ‘nfrisco/ cinque o seie, for’’o quartiere / po dicive ca ‘o pensiero / steva sempe ‘ncuoll’ a me.”.E non a caso i “posteggiatori” del ristorante vennero citati frequentemente, nelle loro lettere, dai soldati americani, che nel 1943 entrarono nella città che i Napoletani avevano già liberato cacciando i Tedeschi. Il locale, ricorda Giuseppe Giorgio, venne requisito dagli Inglesi che vi istituirono un centro di ristoro per le truppe: e “Donna Emilia, pur di non lasciare ciò che con tanta fatica aveva costruito” si accontentò “di girare tra i fornelli come semplice lavorante”. La storia di Napoli è una eterna lezione.