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Il 18 luglio del 1995, nel cuore della notte, un incendio devastò la ditta Agrimonda, una società addetta alla commercializzazione di prodotti per l’agricoltura, inclusi quelli chimici quali pesticidi, fitofarmaci e concimi fertilizzanti.

Da allora sono trascorsi quasi venticinque anni e la vicenda non ha trovato ancora una soluzione definitiva, nonostante l’impegno di Ciro Tufano e della sua famiglia, che vivono proprio accanto al sito coinvolto dal rogo. Ma Agrimonda non è solo un problema di Ciro Tufano, perché riguarda tutta la comunità: anzi, ben due comunità, quella di Mariglianella, dove territorialmente il luogo insiste, e quella di Marigliano, comune dirimpettaio separato solo da una carreggiata di via Pasubio.

Abbiamo incontrato il signor Tufano, presidente del Comitato Ambiente e Territorio, per delineare il quadro della situazione a quasi un anno dall’avvenuta messa in sicurezza del sito.

“La situazione è sempre più drammatica. Dopo la fine dei lavori di rimozione del cumulo, a gennaio 2019, abbiamo atteso altri cinque mesi per l’esito delle analisi validate da ARPAC. I risultati sono allarmanti e quella che io definisco la pseudo messa in sicurezza operata dagli enti regionali ha peggiorato la situazione. È stata coperta la superficie del sito da bonificare con un telo HDPE (geomembrane in polietilene, ndr) che però ha dato vita a un acquitrino, una fogna a cielo aperto che danneggia ulteriormente la salute di chi vive nei dintorni del sito. In seguito alla installazione del telo, avvenuta a giugno 2019, nessun tecnico o esponente delle autorità è venuto ad aggiornarci sullo stato dell’arte e qui non si vede mai nessuno, a parte la Polizia Municipale di Mariglianella che passa ogni tanto per constatare il livello dei miasmi maleodoranti, perché qui l’aria continua a essere irrespirabile”.

Ciro Tufano, presidente del Comitato Ambiente e Territorio

Come riportato proprio nella relazione effettuata nel corso degli anni da Tufano e De Riggi, sulla base dei dati forniti dalla proprietà, al momento dell’incendio nell’area di 2.700 m² della ditta Agrimonda erano presenti circa 235 tonnellate di antiparassitari, 750 t. di concimi, 6 t. di plastica e 40.000 litri di pesticidi liquidi: tra i prodotti a maggiore tossicità e presenti in grandi quantità, vi erano Antracol Fort Blue/Bianco (fungicida), Basamid (insetticida), Galben Blu/Bianco (fungicida), Linuron (diserbante), Pirimor (insetticida), Tairel M 8-65 Bianco/Blue (fungicida) Tiosol (insetticida), Vapam (fungicida), Seccattutto (erbicida).

Le indagini eseguite sulle matrici ambientali (suolo, acque sotterranee e aria) non hanno evidenziato criticità, ma la superficialità e lo scarso rigore tecnico-scientifico con cui sono state svolte ne hanno ridotto drasticamente la significatività. Tuttavia, dato che vari enti e professionisti incaricati di redigere indagini hanno sempre riconosciuto l’elevata tossicità e pericolosità del cumulo generato dal rogo (rimosso insieme alle scorie combuste a partire dal 26 giugno del 2017), nel 2006 il sito Agrimonda è stato finalmente inserito tra i cosiddetti S.I.N., i siti di interesse nazionale. Solo nel 2013 però, ben sette anni dopo, il sito è stato incluso nel Piano Regionale di Bonifica dei Siti Inquinati della Regione Campania, e solo nel mese di giugno 2017, a ventidue anni dall’incendio, sono iniziati i lavori per la rimozione delle ceneri tossiche combuste, con un quadro economico del progetto esecutivo per un importo complessivo di €. 1.424.364,05. Purtroppo le emissioni odorigene verificatesi durante l’esecuzione dei lavori hanno comportato la necessità di disporre l’allontanamento temporaneo di alcuni nuclei familiari, che sono ospitati presso alcune strutture alberghiere, in aderenza alle indicazioni dell’ASL NA 3. Infine, il 3 maggio del 2019, una volta completata la rimozione dei rifiuti, l’ARPAC ha consegnato le indagini preliminari e la redazione del piano di caratterizzazione, approvato dalla conferenza di servizi il 6 novembre dello scorso anno.

“Siamo fermi alla messa in sicurezza di emergenza con la posa del telo impermeabile, per evitare ulteriore inquinamento delle falde. Il provvedimento in teoria sarebbe provvisorio ma siamo in queste condizioni già da un anno e questo nonostante il dott. Vincenzo Parrella, responsabile UOPC del Distretto 48 dell’ASL Napoli 3, prescriveva già nel settembre 2019 l’adozione di sistema idoneo alla eliminazione dell’inconveniente, a tutela della salute e al fine di evitare con il tempo la proliferazione di microrganismi e insetti e fenomeni putrefattivi maleodoranti. Tra l’altro siamo certi che il telo preservi dalle acque meteoriche? In più parti purtroppo risulta sollevato al momento. Inoltre non è detto che questo coperchio ci protegga dai gas che, muovendosi nel sottosuolo, posso raggiungere anche le abitazioni presenti nell’area intorno al sito, che tante volte abbiamo chiesto di monitorare. Non c’è certezza sui tempi e di conseguenza si prevede un’altra estate di emergenza”, dichiara Salvatore De Riggi, geologo di professione e consulente tecnico in questa battaglia di civiltà.

Oggi Ciro e Salvatore si mostrano particolarmente amareggiati dalla scarsa (o per meglio dire nulla) partecipazione della comunità a questa situazione che chiama in causa molti altri cittadini, anche considerando il problema della volatilità delle esalazioni nocive, ampiamente certificate. Già nel lontano 2007, infatti, le determinazioni ambientali frutto del monitoraggio del C.R.I.A. (Centro Regionale Inquinamento Atmosferico) evidenziava, per il solo benzene, valori che possono essere ritenuti d’attenzione. Al momento vige, come da ordinanza, il divieto assoluto di emungimento e utilizzo dei pozzi nelle zone limitrofe il sito ex Agrimonda: questo perché si ipotizza che le esalazioni maleodoranti possano essere collegate all’attività di irrigazione dei campi con acqua proveniente dalla falda inquinata. Tuttavia, non ha ancora avuto luogo l’annunciato screening gratuito della popolazione messo in campo dalle istituzioni, ossia ASL e comuni interessati.

“A questo punto, e non da oggi, esigiamo una certezza dei tempi tecnici necessari per la caratterizzazione e la bonifica, l’installazione di una centralina in grado di monitorare le emissioni inquinanti che possono pervenire dal sito e, dulcis in fundo, un po’ di vicinanza perché ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni e anche dai cittadini che sottovalutano la portata collettiva del problema”, aggiunge Ciro Tufano, capitano coraggioso alla ricerca di una rete civica che non riesce a trovare.