Home Generali La lingua napoletana ai tempi del virus: “’o scemanfù”, “statt’a casa”, “’o...

La lingua napoletana ai tempi del virus: “’o scemanfù”, “statt’a casa”, “’o strummolo scacato”, “’o tabbaccaro s’’a scioscia”

822
CONDIVIDI

L’egoismo vanitoso, “’o scemanfù” (“ ‘o scemo” c’entra e non c’entra) di tutti quelli che non rispettano le regole dettate per combattere il virus. Il complesso significato del napoletano “Statt’a casa”, e il chiasso di certi giornalisti che cercano solo di mettersi in mostra soprattutto provocando i lettori: ma forse sono già “strummoli scacati”.  I problemi economici sono già gravi, e i proprietari e i lavoratori di ristoranti, bar, ritrovi, botteghe “s’a sciosciano”. “San Gennaro, pienzace tu”, altrimenti diventiamo tutti pazzi: ci portano dalla “monaca ‘e lignamme”.

 

Cumme si nun parlasse nisciuno. Il Presidente del Consiglio decreta che sono “zone rosse” prima alcune regioni, poi l’Italia tutta, ordina, consiglia e prega che tutti i cittadini restino a casa, e i cittadini che fanno? Danno l’assalto ai treni, se ne vanno a spasso per lo Stivale seminando il virus a destra e a sinistra, svuotano  con incursioni notturne i supermercati, e i giovani continuano a celebrare la “movida” comme si stessemo pazzianno. Il “Corriere della Sera” li ha chiamati “gli adolescenti invincibili” (9 marzo), perché non accettano la clausura: “stare in casa? Ma dai…”. Forse è superficialità, forse è ignoranza, forse è quell’individualismo egoista di cui parlava Bauman: forse è la boria di chi si crede più forte del virus e del caso. La boria è un modo di “sentire” e di comportarsi, è un modo di muoversi e di gesticolare: la lingua nostra napoletana dipinge questa boria con una parola perfetta “scemanfù”, che viene dal francese, “je m’en fous”, “me ne frego, me ne fotto”: ma, a ben vedere, essa è diventata tutta nostra grazie alla prima parte, “scem’”, che, nella casualità della rozza traduzione, aggiunge, splendidamente, significato a significato. Ha ragione Sergio Zazzera: la lingua nostra è “un modo di essere”. A ogni portatore di “scemanfù” Massimo Troisi avrebbe detto “statt’ a casa”, espressione complicata dal fatto che il suo vero senso viene indicato dal tono della voce e dal gesto della mano. “Statt’ a casa” non corrisponde al gentile “resta a casa” con cui in questo momento personaggi famosi ci invitano a chiuderci nelle nostre stanze per spegnere la furia infettiva del virus. L’intraducibile “statt’ a casa” è uno sprezzante invito a non comparire in pubblico, a non frequentare la gente – fai solo ridere, “ si’ ‘no muccuso”- a restare attaccato, in casa, alla “vunnella ‘e mammà”, alla gonna di mammà. Nell’agosto del 1860 un giovanotto sfidò a duello con “la sferra” il camorrista Pasquale Legittimo, detto “Mozzone”: il quale capì che nessuna gloria gli sarebbe venuta dall’ammazzare un ragazzo che tremava tutto, e “cacagliava” perfino, e perciò gli disse solo, guardandolo fisso, “statt’ a casa”.  Peggio di una coltellata, per l’imprudente giovanotto.

Soffrono di una variante dello “scemanfù” anche quei giornalisti che sparano titoli solo per far rumore, perché vogliono apparire spiritosi, perché godono nell’andar controcorrente, come quel giornalista che, prima che il virus arrivasse a Napoli, scriveva di invidiare i Napoletani perché avevano “provato” solo il colera, o come quella giornalista, che credo sia napoletana, la quale sostiene che con la guerra al virus il governo sta distruggendo l’Italia e i giovani di oggi e di domani solo per salvare i settantenni. La Olbrechts – Tyteca ha dedicato un saggio all’arte di scuotere, con le parole, i lettori, di stupirli, di “èpater le bourgeois”, ma ormai “i borghesi” hanno capito il gioco, non abboccano più come prima, e lor signori stanno per fare la fine degli “strummoli scacati”. L’abilità del giocatore di “strummoli” consisteva nel far sì il che il movimento della trottola di legno durasse il più a lungo possibile e che fosse una “ruota certa”, lieve come una “seta”: insomma che la trottola non sbandasse subito, non “scacasse”‘o strummolo “scacava” quando, per difetto di costruzione o per errore del lanciatore, incominciava da subito a roteare lentamente  inclinandosi su un lato per poi spegnersi adagiandosi a terra. Tuttavia i “borghesi” che stanno inondando “fb” con l’elogio “del restare a casa”, con l’elenco dei libri che leggono e leggeranno – e, dunque, si prevede un’alluvione “virtuale” di citazioni e recensioni – dimenticano che molti perderanno il lavoro e il guadagno, e dovranno chiudere i negozi e le attività: mentre i fortunati stanno stesi sul divano, “’o tabbaccaro s’’ a scioscia”, come la “signorina” che, non trovando clienti e non avendo un compagno, per spegnere gli ardori “s’a scioscia”, rinfresca una certa parte del corpo agitandovi sopra il ventaglio. Ma bisogna  dire che il ventaglio era anche simbolo di nobile pudicizia, come nel ritratto meraviglioso che Vincenzo Migliaro fece della sorella, e la cui immagine correda l’articolo.

Questo dramma finirà: bisogna avere pazienza. “C’’ o tiempo e c’’a paglia s’ammaturano ‘e nespole”: le nespole “comuni” non maturano sulla pianta, ma, colte ancora acerbe, si conservano sulla paglia in un ambiente asciutto e ventilato, e qui giungono a maturazione. Questo dramma speriamo che finisca presto. I Napoletani, credenti e miscredenti, si rivolgono a San Gennaro, “San Gennà’, piensace tu”: perché se la Madonna e San Gennaro non tengono accesi i lumi nostri e di chi ci amministra, “qui s’arriva tutti quanti alla monaca ‘e lignamme”. Cioè, si diventa pazzi.  La statua in legno di una monaca che tendeva la mano per chiedere l’elemosina era collocata all’ingresso del Monastero delle Pentite, presso l’Ospedale degli Incurabili, dove già nel sec.XVI, si curavano le malattie mentali.