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Il mistero delle lettere che Barone portava con sé anche la sera in cui fu ucciso e che vennero sequestrate dagli ufficiali dei bersaglieri: solo qualcuna di queste lettere fu registrata negli atti del processo. Bisognava tutelare i “galantuomini” che avevano avuto contatti con i briganti, ma che nella primavera del ’61 divennero “filopiemontesi e savoiardi”. Le contraddittorie “versioni” dell’uccisione di Vincenzo Barone.

 

Nella primavera del ’61 Silvio Spaventa chiese ai comandanti delle truppe “piemontesi” impegnate contro i briganti di far capire con chiarezza ai “galantuomini” che dovevano schierarsi apertamente per i Savoia, e che non sarebbero stati più consentiti esercizi di “doppiogioco” e tattiche di attesa. Ai “galantuomini” che si dichiaravano immediatamente “savoiardi” sarebbe stata perdonata anche qualche “amicizia” pericolosa. Nel territorio vesuviano i “proprietari” si adeguarono subito al mutamento del clima: solo pochi decisero di non tagliare del tutto i vincoli con il passato, e tra questi Nicola e Achille Figliola, figure importanti del sistema socio- economico nel territorio tra Sant’ Anastasia e San Sebastiano, ma i soldati della brigata Aosta li trassero in arresto, per dare un segnale. Anche i briganti incominciarono a pentirsi. Il primo ad abbandonare Vincenzo Barone fu uno dei suoi luogotenenti, Pasquale Minore, che, sceso a Napoli a comprare munizioni, non tornò più sul monte.Fu catturato il brigante Domenico Natalizio, il quale raccontò al giudice Mezzacapo che lo avevano spinto a entrare nella “comitiva” di Barone “galantuomini di Somma e di Sant’Anastasia”, che egli – così fu scritto nel verbale- ” conosceva solo di veduta”. Il giudice Mezzacapo non era un uomo curioso, e perciò non pretese che Natalizio ne descrivesse qualcuno, di quei galantuomini. Le Guardie Nazionali di San Giorgio a Cremano arrestarono Francesco Ottajano, figlio di Raffaele, l’oste di Sant’Anastasia che “arruolava sbandati”. Egli confessò subito d’essere andato a Portici per consegnare una lettera di Barone al Conte Caracciolo di Torchiarolo, “che già era in grave sospetto al Governo e sorvegliato di P.S.”. Mentre lo portavano a Napoli, l’Ottajano, “spontaneo”, indicò ai militi Leonardo Di Gaetano, che aveva visto nella folla dei passanti, e lo denunciò come fornitore di cibo alla banda per ordine di Andrea Tarallo. Inoltre, Francesco Ottajano confermò che Vincenzo Barone portava con sé un gran numero di “biglietti e di missive” che gli venivano inviati da personaggi importanti del territorio, e che non si staccava mai da questo tesoro. Le autorità politiche napoletane capirono che era venuto il momento di porre fine alla storia della banda Barone e di chiudere per sempre non solo il capitolo, ma anche il libro, senza lasciare spazio ad appendici, note e commenti. La storia si concluse la sera del 26 agosto 1861.Gli “informatori” comunicarono a Vincenzo Miranda, capitano della Guardia Nazionale, e il Miranda riferì ai comandanti del 6° reggimento,  che Barone stava a Trocchia in casa di una vedova alla quale qualcuno attribuì il poetico nome di Palommella, e la penna dei carabinieri piemontesi quello di Paldomolla, ma che secondo il sindaco di Trocchia si chiamava Palamolla, e forse era Pallamolla. Al calar della sera il palazzo fu circondato da carabinieri, soldati e guardie nazionali. Un ragazzo che stava di guardia aprì immediatamente il portone: salirono di corsa al primo piano i comandanti Sartoris e Calcagnini, il capitano Giuseppe Magnani, il tenente Gaetano Negri che sarebbe diventato senatore, sindaco di Milano e scrittore:  a lui si deve una imponente biografia di Giuliano l’Apostata. I soldati del 6° bloccarono nel corridoio Vincenzo Miranda che si stava lanciando giù da una finestra. In una stanza trovarono Luisa Mollo, la “donna” di Barone, che già pensava al domani. Negri nelle sue lettere, e Sartoris nella relazione ufficiale, raccontarono che la donna aveva indicato, con uno sguardo, un armadio chiuso. Lì era nascosto Barone. Calcagnini e Sartoris sfondarono uno sportello con il calcio delle carabine, il brigante sparò gridando, forse, “sono qui”, il Sartoris attraverso lo squarcio gli scaricò addosso la sua arma. Il Negri scrisse, invece, che “una scarica generale” s’era abbattuta immediatamente sull’uomo chiuso nell’armadio. Finalmente aprirono le ante: Barone respirava ancora: era ferito al petto e, secondo la relazione del Sartoris,  impugnava la pistola. Si spense dopo pochi minuti, “il terribile brigante”. Il sindaco di Trocchia, Domenico Russo, compilò l’atto di morte: L’anno 1861, il 28 agosto, alle ore 21 davanti a noi sono comparsi Raffaele Gammella, di anni 41, salassatore domiciliato in via Regina a Trocchia, e Vincenzo Mellone di anni 42, di professione serviente regnicolo, domiciliato in Pollena, e hanno dichiarato che il 27 agosto 1861 alle ore 2,30 di notte è morto nella casa degli eredi Palamolla Vincenzo Barone di anni 22 circa, di professione telajolo e proprietario, domiciliato in Sant’Anastasia, figlio di Luca proprietario e di Serafina Coppola. La mattina del 28, alle 7,30, in Sant’Anastasia i bersaglieri di Calcagnini fucilarono Vincenzo Miranda, e ne esposero al pubblico il cadavere, accanto a quello di Vincenzo Barone, che stava supino, la testa appoggiata allo scalino della fontana in Piazza Trivio. Addosso a Barone e in una bisaccia  i carabinieri trovarono un fascio di lettere. E di molte lettere parla anche il Negri. Ma solo poche vennero lette durante il processo. Quando il giudice istruttore chiese alla monaca di casa Maria Luigia De Luca di spiegare il senso dei “biglietti” inviati a Barone in cui ella parlava dello “sviscerato amore” che provava per lui e prometteva la fornitura di sigari, liquori e di polvere da sparo, la monaca presentò due “certificati”, uno fornito da Vincenzo Giova, ufficiale della G.N. di Somma, l’altro da un capitano del 2° battaglione dei bersaglieri, in cui si dichiarava che Antonio, il fratello della monaca di casa, era “autorizzato” a procurarsi tutte le notizie sui covi di Barone “ anche dovendo mettervisi in corrispondenza”, e che Antonio e la sorella avevano comprato da Saverio Ardolino, per 50 ducati, l’informazione che Barone era nascosto nella casa degli “eredi Palamolla”.

I bersaglieri e le Guardie Nazionali non tentarono di prendere vivo Vincenzo Barone. I morti non parlano, e di lettere e di carte che prima ci sono e poi, all’improvviso, non ci sono più sono piene le cronache giudiziarie della nostra Italia. Gli archivi sono da sempre il covo di maliziosi “munacielli”……